Prendete una chat Telegram gremita di invocazioni alla rivolta, fiamme e minacce esplicite. Aggiungete la regia minuziosa di chi coordina la piazza sotto la sigla del “Movimento 17 ottobre”. Mescolate il tutto con un’accusa formale di istigazione a delinquere, appesantita dall’ombra cupa della finalità di terrorismo, e ponetevi la domanda più semplice del mondo: cosa vi aspettereste che accadesse in uno Stato di diritto consapevole delle proprie fragilità? In un Paese normale, la risposta sarebbe scontata: una misura cautelare blindata, a tutela dell’incolumità pubblica e a salvaguardia di indagini delicate. In Italia, invece, il copione segue un registro grottesco: la porta del carcere di San Vittore si spalanca a tempo di record, mentre al protagonista della vicenda non resta che raccogliere gli applausi dei soliti sodali e godersi il ritorno in libertà.

È la parabola di Youssef Siher, l’attivista milanese finito in manette nell’ambito di un’articolata operazione di prevenzione e subito restituito al selciato dal Giudice per le Indagini Preliminari di Milano. Una decisione che lascia letteralmente basiti, non solo per il tempismo perfetto con cui scompagina e mortifica il lavoro investigativo svolto con fatica da Procure e Forze dell'Ordine, ma per la consueta acrobatica architettura teorica che ne sta alla base. Un capolavoro di cavillografia giudiziaria che finisce per trasformare il pericolo reale in una vertigine formale, dove l'evidenza dei fatti viene regolarmente sopraffatta dal punto e virgola del codice.

Il magico alambicco della magistratura: l'eversione che diventa protesta

Entrare nelle pieghe dell’ordinanza firmata dal Gip significa compiere un viaggio surreale all’interno di una realtà parallela, dove le parole perdono il loro peso specifico e le azioni più ambigue vengono purificate nell'alambicco di un garantismo esasperato. Secondo la ricostruzione del giudice, infatti, i messaggi infuocati diffusi in rete e le esternazioni volte a soffiare sul fuoco della tensione di piazza non sarebbero altro che semplici, per quanto veementi, espressioni di “disobbedienza civile”.

Siamo di fronte a una transustanziazione giuridica alchemica: per magia giudiziaria, il linguaggio dell'odio, la chiamata alle armi virtuale e l'incitamento allo scontro con le istituzioni smettono di essere indizi di pericolosità sociale per trasformarsi in una forma un po’ vivace — e in fondo perdonabile — di dialettica politica.

Ma il festival del paradosso non si ferma qui. Quando gli inquirenti si sono trovati di fronte al rifiuto ostinato di Siher di fornire le password e le chiavi d'accesso ai propri dispositivi informatici — telefoni e personal computer che custodiscono il materiale chiave per ricostruire la rete di contatti —, la valutazione del Gip è stata fulminea: un semplice "atto neutro", legittimo esercizio del diritto di difesa. Poco importa che in un contesto di indagine sulla radicalizzazione digitale e sull'organizzazione di scontro eversivo, l'oscuramento doloso delle prove sia il primo e più evidente segnale di un inquinamento probatorio in corso. Per il Gip no: non si coopera con la giustizia? Pazienza, è un diritto.

E che dire del rischio di fuga? Anche qui, la lente d'ingrandimento del magistrato ha preferito applicare un filtro rosa: andarsene in giro alla vigilia delle manifestazioni più calde o mostrare una singolare mobilità non è un potenziale indice di irreperibilità o di coordinamento logistico clandestino, ma un banalissimo e inoffensivo spostamento territoriale.

La filologia del millimetro e la cecità sul contesto

È la solita, stancante semantica del garantismo a senso unico. Quella deriva culturale e procedurale per cui si analizza la sintassi dei singoli post col microscopio da filologo, isolando la virgola dal periodo, la frase dal paragrafo, ed eliminando meticolosamente ogni riferimento alla realtà materiale. Si seziona il testo virtuale con accuratezza chirurgica, ma ci si dimentica colpevolmente del contesto reale: una piazza che, puntualmente, dopo quei proclami finisce per bruciare, devastare, aggredire le forze di polizia e devastare la vivibilità delle città.

Per questa visione del diritto, la prevenzione è un tabù. Finché un indagato non firma una formale dichiarazione d'intenti scritta con il sangue, magari autenticata da un notaio e inviata a mezzo pec in cui dichiara di voler sovvertire l'ordine pubblico, non sussistono i "gravi indizi di colpevolezza". I toni barricaderi? Metafore. L'organizzazione di network clandestini online? Semplice sociabilità giovanile. I richiami all'insurrezione? Iperboli retoriche.

In questo modo si crea una spaccatura insanabile tra il senso comune della legalità e la prassi delle aule di tribunale. Mentre gli apparati di sicurezza dello Stato faticano quotidianamente a contenere le frange estreme, a prevenire la radicalizzazione e a tutelare i cittadini da possibili escalation di violenza, la risposta di una parte della magistratura sembra consumarsi all'interno di una bolla ovattata, impermeabile ai rischi del presente e del tutto avulsa dal mondo reale.

Il segnale devastante e il fallimento della prevenzione

Non si tratta, sia chiaro, di invocare la gogna mediatica, la giustizia sommaria o il carcere preventivo come clava ideologica contro il dissenso. La libertà di manifestazione e il diritto alla protesta sono capisaldi intoccabili di qualsiasi democrazia sana. Ma confusione tra dissenso politico e istigazione alla violenza è il regalo più grande che si possa fare agli estremisti. Pretendere un minimo di pragmatismo da parte di chi ha il compito di tutelare l'ordine pubblico non significa cadere nell'autoritarismo; significa semplicemente esigere che la legge non si trasformi nel miglior alleato di chi la disprezza.

Il risultato di questa decisione è sotto gli occhi di tutti: un'indagine complessa e fondamentale azzoppata sul nascere, il lavoro di mesi di uomini in divisa vanificato con un colpo di penna e, soprattutto, un segnale devastante inviato a tutti i cattivi maestri che affollano la rete. Il messaggio che filtra da Milano è di una chiarezza disarmante: la rete è una zona franca, l'istigazione digitale non si paga e la magistratura arriverà sempre in ritardo, coperta dal proprio scudo di formalismi procedurgici.

Restano sul campo le macerie di una prevenzione ridotta a farsa e una certezza ormai granitica per chiunque osservi la vicenda con un minimo di lucidità: fino alla prossima fiammata in piazza, fino al prossimo scontro o alla prossima vetrina infranta, per certo garantismo metropolitano l'odio online e l'evidente eversione da tastiera rimarranno sempre e soltanto un innocuo, accettabile e protetto esercizio di stile.

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Luca Nascimbene

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"Sono un giornalista appassionato di informazione e approfondimento. Mi occupo di seguire e raccontare le notizie di attualità, con un'attenzione particolare ai contesti e all'impatto delle storie sulla vita quotidiana. Credo nel valore di un giornalismo tempestivo, veritiero e indipendente."