Ci vuole un bel coraggio, al mattino, ad allacciarsi gli anfibi, indossare una divisa e uscire in strada sapendo che l’altissimo rischio di prendersi un coltello in pancia, una bottigliata in testa o una pallottola nel petto vale esattamente lo spazio di una notte in cella per chi quell'aggressione l'ha commessa. Giusto il tempo di sbrigare le tonnellate di carte burocratiche, compilare verbali infiniti, fotocopiare atti e poi assistere, impotenti e smarriti, al colpo di spugna del Gip di turno.


È una commedia tragicomica che va in scena ogni santo giorno sui marciapiedi delle nostre città. Un meccanismo perverso e perfettamente oleato in cui lo Stato spende risorse, tempo, mezzi e soprattutto la vita dei propri uomini per catturare criminali, rapinatori, spacciatori e soggetti contigui a reti eversive o terroristiche, solo per vederli rimettere in libertà poche ore dopo grazie al cavillo formale di turno o all'interpretazione ultra-garantista del magistrato di turno.

L’ultimo cortocircuito di questo sistema che sembra avere una perenne allergia alla tutela dei cittadini perbene porta il nome e il cognome di Siher Youssef. L’ennesimo caso simbolico, l’ennesima storia che fa salire la rabbia alla gola e che lascia un retrogusto amaro di beffa istituzionale. La vicenda di Siher Youssef non è un caso isolato, ma la spia di un motore visibilmente fuso: quello della giustizia italiana, un palcoscenico dove le garanzie sembrano valere sempre e solo per chi infrange le regole, mai per chi quelle regole è chiamato a farle rispettare a costo della propria incolumità.

In trincea con le mani legate: la quotidianità delle forze dell'ordine

Da una parte della barricata ci sono uomini e donne in carne e ossa. Non supereroi dei fumetti o attori da fiction televisiva, ma padri e madri di famiglia con stipendi che spesso sfiorano il ridicolo, equipaggiamenti inadeguati, vetture con centinaia di migliaia di chilometri sul contachilometri e giubbotti antiproiettile scaduti o insufficienti. Sono i poliziotti dei Reparti Mobili, i carabinieri dei nuclei radiomobili, gli agenti della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza che pattugliano le stazioni ferroviarie, i quartieri ghetto, i vicoli bui della movida violenta e le periferie degrade di tutta Italia.

Questi servitori dello Stato lavorano in condizioni di stress cronico, sotto la costante spada di Damocle di finire essi stessi sotto indagine al primo accenno di reazione fisica o di contenimento. Se usano le maniere forti per immobilizzare un criminale violento o armato, rischiano un avviso di garanzia, un calvario giudiziario pluriennale, la sospensione dello stipendio e la gogna mediatica. Se esitano per paura di conseguenze penali o disciplinari, rischiano la pelle. È un bivio infernale in cui l'agente di pattuglia è sempre l'unico a perdere.

Eppure, nonostante questo clima di perenne delegittimazione, queste persone continuano a fare il loro dovere. Sventano rapine, bloccano scippatori, intercettano traffici di droga, sventano attentati e monitorano cellule estremiste latenti nei nostri territori. Fanno il lavoro sporco che nessuno vuole fare. Ma quale premio riceve chi rischia la vita per garantire la sicurezza collettiva? La certezza che il lavoro svolto verrà polverizzato alla prima udienza di convalida.

La porta girevole della giustizia: il caso Siher Youssef

La vicenda che vede coinvolto Siher Youssef è l'emblema perfetto di questa disfatta istituzionale. Quando un soggetto ritenuto pericoloso, accusato di reati gravi o legato a contesti criminali e terroristici, viene individuato, pedinato, monitorato per settimane e infine tratto in arresto con un'operazione delicata e ad alto rischio, l'opinione pubblica tira un sospiro di sollievo. Gli agenti tirano un sospiro di sollievo. Il Paese pensa: "Almeno per un po' questa persona non potrà fare del male".

Poi subentra la magistratura. Subentra il Gip. E la montagna di lavoro, di rischi, di intercettazioni e di appostamenti partorisce il classico topolino giuridico. Tra prescrizioni di forma, mancanza di "esigenze cautelari" (come se chi delinque abitualmente o professa ideologie eversive smettesse improvvisamente di essere pericoloso varcata la soglia del tribunale) e valutazioni di una benevolenza disarmante, arriva l'ordinanza: scarcerazione.

Siher Youssef torna libero. O magari sottoposto a un'efficacissima — si fa per dire — misura dell'obbligo di firma o della dimora, strumenti ridicoli che qualsiasi criminale scaltro usa per fare spallucce e riprendere esattamente da dove aveva lasciato. Il messaggio che parte dalle aule di giustizia e si diffonde per le strade è devastante nella sua glaciale chiarezza: delinquere in Italia non comporta costi reali, mentre contrastare il crimine è un'attività a perdere.

Il prezzo psicologico del rischiare la pelle a vuoto

Ci si dovrebbe chiedere, almeno per una volta, quali siano le ripercussioni psicologiche ed umane sui poliziotti e sui carabinieri che vivono questa realtà. Con quale spirito di corpo, con quale residuo di motivazione un agente può salire su una volante il giorno successivo alla scarcerazione di un soggetto che ha impiegato sforzi immani per assicurare alla giustizia?

Immaginiamo la scena, fin troppo comune: un equipaggio interviene in una rissa o durante una rapina. Il criminale oppone resistenza, aggredisce gli agenti, ferisce un poliziotto a una spalla o a un braccio (con giorni e giorni di prognosi e mesi di riabilitazione). Con fatica e professionalità, l'uomo viene bloccato e portato in questura. Gli agenti passano la notte a scrivere relazioni, a raccogliere testimonianze, a cristallizzare le prove. La mattina dopo, stanchi, con le ossa rotte e i lividi ancora caldi, incrociano quello stesso identico soggetto al bar sotto casa o nell'angolo di strada dove era solito spacciare.

Quello non è solo un fallimento del sistema: è un insulto al lavoro delle forze dell'ordine. È la dimostrazione plastica che lo Stato lascia soli i propri uomini. Come si può pretendere che le donne e gli uomini in divisa conservino l'entusiasmo e la dedizione necessari per fare da scudo umano alla società, se la magistratura sembra remare costantemente nella direzione opposta?

L'iper-garantismo ideologico contro la realtà della strada

Non si tratta di invocare uno Stato di polizia o di smantellare le garanzie costituzionali che tutelano ogni cittadino in un processo penale. Il garantismo è un principio di civiltà giuridica fondamentale. Ma in Italia assistiamo da decenni a un travisamento totale di questo concetto: il garantismo si è trasformato in un "impunitismo" di fatto, infarcito di un'ideologia paternalista e salottiera che guarda al reo sempre come a una vittima della società e alle forze dell'ordine come a un corpo potenzialmente repressivo da tenere costantemente sotto controllo.

Chi firma le scarcerazioni facili spesso vive e lavora in contesti protetti, ben lenti dalle dinamiche degradate delle periferie o dai pericoli reali del terrorismo e della criminalità organizzata. Per un magistrato dietro una scrivania, Siher Youssef o un qualsiasi altro indagato è un fascicolo cartaceo di duecento pagine, condito da commi, articoli, timbri e annotazioni a margine. Per il poliziotto che deve mettergli le manette ai polsi, quello stesso soggetto è una minaccia reale, un corpo vivo che può estrarre un'arma o far esplodere una situazione di pericolo in una frazione di secondo.

Questa distanza abissale tra la teoria del diritto applicata nei palazzi di giustizia e la prassi violenta della strada è il solco in cui affonda la sicurezza del Paese. Quando un Gip decide che non sussistono le esigenze cautelari per soggetti socialmente pericolosi o sospettati di legami eversivi, non sta solo esercitando un potere discrezionale: sta scaricando la responsabilità della potenziale recidiva di quel soggetto di nuovo sulle spalle degli agenti di pattuglia.

La beffa dei diritti per i criminali e i doveri per i poliziotti

Un altro elemento surreale di questo panorama è l'asimmetria di trattamento tra chi commette reati e chi tenta di prevenirli o reprimerli:

La tutela legale: Un delinquente arrestato ha immediatamente diritto a un avvocato d'ufficio, a tutele mediche e al rispetto millimetrico di ogni singola procedura formale. Basta una virgola fuori posto nel verbale di arresto per far decadere la misura. Un poliziotto che finisce sotto indagine per aver sparato a un pneumatico o per aver usato la forza necessaria per fermare un aggressore deve pagarsi le spese legali di tasca propria, affrontando anni di processi che devastano la sua vita familiare ed economica.

Le condizioni di lavoro: Chi delinque non deve sottostare ad alcun regolamento. Può usare violenza, minacciare, sputare, scagliare oggetti. Gli agenti, al contrario, devono mantenere una calma olimpica anche di fronte alle provocazioni più atroci e umilianti, consapevoli che ogni loro gesto verrà ripreso con uno smartphone da qualche passante pronti a montare il caso d'odio sui social media.

La percezione pubblica: Spesso si assiste a una narrazione mediatica capovolta, dove il criminale scarcerato diventa un "perseguitato dal sistema" o un soggetto i cui diritti fondamentali sono stati scalfiti, mentre l'operato della Polizia viene sezionato al microscopio per scovarvi ipotetici abusi.

Sicurezza non è uno slogan: serve una riforma profonda

La vicenda di Siher Youssef è solo un nome da aggiungere a una lista lunghissima di paradossi giudiziari. Ma non possiamo continuare a scuotere le spalle e a far finta di niente. La sicurezza dei cittadini e la dignità del lavoro delle forze dell'ordine sono due facce della stessa medaglia: senza la seconda, la prima è un’illusione da propaganda elettorale.

Non bastano le passerelle dei politici dopo le tragedie. Non servono i soliti tweet di solidarietà quando un agente perde la vita o finisce in ospedale. Serve una riforma strutturale del sistema penale e processuale che rimetta al centro la certezza della pena e la tutela della collettività:

Revisione dei criteri delle misure cautelari: Chi viene colto in flagranza di reato per atti di violenza contro le forze dell'ordine o per reati legati al terrorismo e alla criminalità grave deve rimanere in carcere in attesa di giudizio, senza scorciatoie o cavilli.

Scudo legale per gli operatori di sicurezza: È indispensabile garantire una copertura legale automatica e statale per gli agenti che si trovano a dover rispondere di atti compiuti nell'esercizio delle loro funzioni ordinarie.

Inasprimento delle pene per aggressione a pubblico ufficiale: Chi alza le mani su una divisa alza le mani sullo Stato. Non possono esistere tenuità del fatto o sospensioni della pena per chi aggredisce un poliziotto o un carabiniere.

Semplificazione burocratica: Gli agenti devono stare in strada a controllare il territorio, non sepolti sotto montagne di carta per giustificare ogni singolo passo di un intervento.

La resa incondizionata della legalità

Continuare a tollerare che la magistratura vanifichi sistematicamente il lavoro della Polizia significa firmare la resa incondizionata delle istituzioni di fronte alla criminalità. Se l'arresto diventa una parentesi ridicola tra un reato e l'altro, il concetto stesso di legalità perde ogni significato.

Le donne e gli uomini in divisa continuano ogni giorno a rischiare la vita per un senso del dovere che confina con l'eroismo discreto. Ma l'eroismo non può essere la norma richiesta da uno Stato efficiente per colmare le falle delle proprie leggi e dei propri tribunali. Quando Siher Youssef o chi per lui varca la soglia del carcere in uscita a poche ore dall'arresto, non è solo una sconfitta per la squadra di agenti che lo ha catturato. È una sconfitta per ogni cittadino che paga le tasse, che rispetta le regole e che si illude di vivere in un Paese in cui la legge sia davvero uguale per tutti.

Se lo Stato non protegge chi lo protegge, ha già deciso di consegnarsi ai propri carnefici. E questa non è giustizia: è la triste, amara farsa di una legalità a giorni alterni.

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Luca Nascimbene

Autore

Reporter · Cronaca, approfondimenti e notizie dal mondo⁠

"Sono un giornalista appassionato di informazione e approfondimento. Mi occupo di seguire e raccontare le notizie di attualità, con un'attenzione particolare ai contesti e all'impatto delle storie sulla vita quotidiana. Credo nel valore di un giornalismo tempestivo, veritiero e indipendente."