L’arresto del rapper Tony Boy, nome d’arte di Antonio Hueber, impone di tenere distinti due piani: da una parte la fermezza che lo Stato deve mostrare davanti alla detenzione illegale di un’arma, dall’altra le garanzie che spettano a qualunque indagato, a partire dalla presunzione di innocenza per tutte le responsabilità che dovranno essere accertate dalla magistratura. Secondo quanto emerso dagli atti, il 26enne è stato arrestato dopo una perquisizione della Polizia nella sua abitazione: gli investigatori avrebbero rinvenuto sostanze stupefacenti, un bilancino di precisione, una pistola Beretta calibro 6.35 con matricola abrasa e numerose munizioni.
Sul fronte della droga, la Procura contesta la detenzione ai fini di spaccio. Hueber, attraverso la propria versione resa nell’interrogatorio, ha respinto questa ricostruzione sostenendo che le sostanze fossero destinate esclusivamente al proprio consumo e richiamando una condizione di dipendenza. Saranno gli accertamenti investigativi e, successivamente, le eventuali valutazioni processuali a stabilire quale ricostruzione trovi riscontro. Diversa appare la posizione sull’arma: stando a quanto riferito dal suo difensore dopo l’interrogatorio, il rapper avrebbe ammesso di aver detenuto la pistola, spiegando di essersela procurata per difendersi dopo aver subito un furto nella propria abitazione. Avrebbe inoltre indicato un gruppo Telegram come canale attraverso il quale sarebbe avvenuto l’acquisto.
Quest’ultimo è un particolare particolarmente delicato. Spetterà agli investigatori verificarne ogni aspetto e, qualora la ricostruzione trovi conferma, tentare di risalire alla provenienza dell’arma, a chi l’abbia ceduta e all’eventuale esistenza di ulteriori soggetti coinvolti. L’autodifesa non può trasformarsi nel diritto di armarsi. La giustificazione dell’autodifesa lascia forti perplessità e non attenua la gravità della scelta descritta dalla stessa difesa. Subire un furto può certamente provocare paura e insicurezza, come nelle centinaia di persone che tutti i giorni sono vittime di questi reati predatori nelle loro abitazioni. Ma in uno Stato di diritto la risposta non può essere quella di procurarsi clandestinamente una pistola con matricola abrasa.
Chi teme per la propria sicurezza può rivolgersi alle forze dell’ordine e utilizzare gli strumenti consentiti dalla legge. Decidere autonomamente di armarsi attraverso canali illegali rappresenta tutt’altra strada. Ed è proprio qui che il principio deve essere netto: notorietà, successo e disponibilità economica non possono trasformarsi in una zona franca rispetto alle regole. In questa vicenda meritano un sentito apprezzamento il lavoro della pm Sara Ombra, della gip Chiara Valori e delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine impegnati nell’operazione e negli accertamenti. È attraverso il lavoro delle istituzioni che vicende di questa natura devono essere affrontate: indagini, prove, contraddittorio e decisioni dei giudici. Senza scorciatoie e senza processi sommari, ma anche senza timori reverenziali davanti alla notorietà di una persona.
Sarà la magistratura a decidere sulla base degli elementi raccolti quali accuse siano fondate, quali responsabilità possano essere attribuite e quali conseguenze previste dalla legge debbano eventualmente essere applicate. Poi c’è il fatto di quei due ragazzi di 14 anni davanti a San Vittore. Un’immagine apparentemente marginale che dovrebbe invece far riflettere seriamente tutti noi: quella di due fan quattordicenni arrivati davanti al carcere milanese mentre il loro idolo affrontava l’interrogatorio. Naturalmente la presenza dei due adolescenti non consente di attribuire loro alcuna condivisione di comportamenti illegali. E sarebbe altrettanto scorretto sostenere che un intero genere musicale sia responsabile delle condotte dei propri ascoltatori.
La domanda culturale, però, resta. Quando personaggi capaci di raggiungere milioni di giovani utilizzano nelle proprie opere o nella propria immagine pubblica riferimenti ad armi, droga, violenza o contrapposizione alle istituzioni, è legittimo interrogarsi sul modello che una parte del pubblico più giovane possa percepire. Un cantante non è responsabile automaticamente di ciò che fa chi ascolta la sua musica. Ma la notorietà porta con sé anche un’enorme capacità di influenza. A 14 anni il confine tra provocazione artistica, costruzione del personaggio e realtà può essere molto più sottile. Per questo occorre dirlo chiaramente: una pistola clandestina non è un accessorio, la droga non è un simbolo di prestigio e infrangere la legge non rende nessuno più forte o più rispettabile.
È bene ricordare che il successo non mette nessuno al di sopra della legge. Tony Boy avrà naturalmente diritto a difendersi in tutte le sedi previste dall’ordinamento. Le accuse relative alla droga dovranno essere provate e ogni responsabilità dovrà essere stabilita secondo legge. Non spetta a un giornalista anticipare una sentenza né decidere quale pena debba essere inflitta. Ma se al termine dell’iter giudiziario dovessero essere accertate responsabilità penali, sarà altrettanto giusto che vengano applicate le conseguenze previste dall’ordinamento, senza privilegi legati alla fama e senza trattamenti differenti da quelli riservati a qualsiasi altro cittadino. L’auspicio è che questa vicenda possa rappresentare anche un punto di svolta personale per il giovane artista.
