Portare le piccole e medie imprese italiane dalla semplice vendita di prodotti a partnership industriali stabili in Marocco e, da lì, nel resto del continente africano. È l'obiettivo del protocollo firmato a Prato tra Cna Toscana Centro e la Camera di commercio marocchina in Italia, un accordo di dimensioni contenute ma indicativo di un'ambizione più ampia: dare una dimensione industriale al rapporto tra Roma e Rabat, considerando il Regno non solo come mercato di esportazione ma come piattaforma produttiva, logistica e di accesso all'Africa.

Il protocollo prevede missioni economiche, incontri tra imprese e istituzioni, assistenza nella ricerca di partner e iniziative comuni sui mercati marocchino e africano. Per le Pmi italiane, spesso meno attrezzate dei grandi gruppi nell'affrontare mercati complessi, disporre di un interlocutore locale può fare la differenza tra una presenza occasionale e un radicamento duraturo. L'accordo punta a favorire joint venture e catene del valore condivise, superando la logica del solo export.

Il Marocco presenta caratteristiche che lo rendono un caso particolare. La posizione tra Europa, Atlantico e Africa, la rete portuale, le infrastrutture e la crescita di comparti come automotive, aerospazio, energie rinnovabili e logistica ne hanno fatto una delle principali piattaforme industriali del continente. È proprio questo elemento ad avvicinare il Paese alla logica del Piano Mattei: utilizzare investimenti, tecnologia e cooperazione industriale per costruire relazioni economiche che vadano oltre il commercio tradizionale.

L'ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi ha recentemente definito il Marocco un «partner naturale» per l'Italia. In un editoriale, Prodi sottolinea il ruolo del Paese come snodo tra Europa e Africa e la rapidità con cui Rabat ha costruito infrastrutture e attirato investimenti esteri. Tra gli esempi cita il peso del porto di Tangeri, la crescita dell'industria automobilistica e l'arrivo di investimenti internazionali di grande scala nelle batterie e nelle tecnologie legate alla transizione energetica.

Il quadro ricorda però che l'Italia non arriva su un terreno vuoto. Il Marocco conduce una propria politica industriale e mette in concorrenza capitali, tecnologie e partner europei, asiatici e americani. Le imprese italiane dovranno quindi offrire qualcosa di più di un prodotto competitivo: trasferimento di competenze, subfornitura locale, formazione, finanziamento e capacità di accompagnare l'internazionalizzazione delle filiere marocchine saranno elementi sempre più importanti.

Gli scambi bilaterali costituiscono già una base solida. Nel 2025 hanno raggiunto 4,75 miliardi di euro, mentre le esportazioni italiane sono cresciute dell'8,1 per cento, sfiorando i tre miliardi. Macchinari, tessuti e tecnologie agricole figurano tra le principali vendite italiane, mentre il Marocco esporta in Italia veicoli, componenti automobilistici, prodotti ittici e abbigliamento.

Prodi segnala tuttavia anche un limite politico: a suo giudizio, il potenziale dei rapporti italo-marocchini resta in parte frenato dalla rivalità tra Rabat e Algeri, mentre l'Italia deve preservare una partnership energetica strategica con l'Algeria. È un vincolo rilevante per Roma, che punta a rafforzare la propria proiezione in Nord Africa senza trasformare i diversi partenariati in scelte esclusive.

L'accordo di Prato assume così un significato più ampio. Per l'Italia, la questione centrale non è quanti macchinari in più riuscirà a vendere in Marocco, ma se saprà inserire le proprie Pmi nelle reti industriali, finanziarie e logistiche che il Regno sta costruendo tra Europa e Africa.

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Autore

Cronista di politica

Elena Ferraro — cronista di politica, Filo Civico.