Otto Paesi dell'Unione europea hanno chiesto alla Commissione un cambio di passo restrittivo nella revisione della direttiva sui prodotti del tabacco. Nella lettera inviata il 6 ottobre, Paesi Bassi, Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Lettonia, Slovenia e Spagna propongono di impedire l'ingresso sul mercato di nuovi prodotti a base di nicotina e dei relativi dispositivi. Una richiesta che, secondo i critici, configura un vero e proprio «market freeze»: una cristallizzazione del mercato nella sua configurazione attuale, con le sigarette tradizionali ancora in vendita e le innovazioni future bloccate prima ancora di poter essere valutate.

La lettera non si limita a fermare i nuovi prodotti. Propone restrizioni indiscriminate sugli aromi per tutte le categorie, limiti al contenuto di nicotina, packaging neutro, maggiori margini per i divieti nazionali sulle nicotine pouches e nuove limitazioni alle vendite e alla comunicazione. Il principio contestato è che un prodotto potrebbe essere escluso non in base alle sue caratteristiche o alle evidenze scientifiche, ma semplicemente perché nuovo. Anche tecnologie potenzialmente in grado di ridurre l'esposizione alle sostanze nocive della combustione non potrebbero arrivare sul mercato.

Il paradosso, secondo questa lettura, è evidente: le sigarette combustibili resterebbero legalmente in vendita, mentre l'innovazione verrebbe bloccata a priori. La protezione dei minori resta un obiettivo condiviso e indispensabile, così come il contrasto alle vendite ai minori, alle comunicazioni rivolte ai giovani e ai prodotti illegali. Ma, si osserva, non si possono mettere sullo stesso piano tutti i prodotti.

Per l'Italia la posta in gioco è anche industriale. Il Paese non è soltanto un grande mercato: è il principale polo europeo della filiera dei prodotti innovativi, con attività agricole, manifatturiere, tecnologiche e di export legate soprattutto ai prodotti senza combustione. Secondo una stima riferita al 2023, la filiera contribuisce con 29,6 miliardi di euro al PIL nazionale, genera 186.200 posti di lavoro e assicura 15,7 miliardi di gettito da accise e IVA. Grazie alla trasformazione produttiva, il settore si è orientato sempre più verso l'export, che oggi vale circa 2 miliardi di euro all'anno.

A livello europeo, S&Global stima un contributo di 194,5 miliardi di euro al PIL e oltre 1,5 milioni di posti di lavoro. Un «market freeze» colpirebbe quindi direttamente investimenti, occupazione qualificata, agricoltura ed export, con l'Italia tra i Paesi più esposti. Sarebbe un duro colpo all'economia reale, che non tiene conto della richiesta, avanzata a Bruxelles dal mondo produttivo e da diversi governi, di una svolta a favore della competitività europea in una congiuntura economica già complessa.

Il prossimo passaggio decisivo sarà la proposta legislativa della Commissione, attesa entro la fine del 2026. Sarà allora che si capirà se l'Europa sceglierà di confermare una regolamentazione differenziata o di fare propria la logica del «market freeze». Dopo la proposta inizierà il negoziato legislativo tra Parlamento europeo e Consiglio, nel quale il ruolo dell'Italia e degli altri Paesi contrari a un approccio proibizionista sarà determinante.

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Autore

Cronaca e giustizia

Giulia Sanna — cronaca e giustizia, Filo Civico.