Laura Boldrini attacca il governo Meloni proprio mentre l'esecutivo celebra il traguardo di legislatura più longevo della storia repubblicana. L'ex presidente della Camera e attuale presidente del Comitato permanente sui diritti umani ha puntato il dito contro la riforma elettorale in discussione, sostenendo che la maggioranza starebbe preparando un meccanismo capace di svuotare la presenza femminile nelle istituzioni.
«Giorgia Meloni passerà alla storia per essere stata la prima donna a capo del governo che, invece di battersi per tutte le donne, ne impedisce anche l'accesso nelle istituzioni», ha dichiarato Boldrini. Secondo la parlamentare, l'ultima modifica introdotta dalla coalizione sulla legge elettorale farebbe saltare la rappresentanza di genere per i capilista bloccati. «Questo significa che il prossimo Parlamento, se mai dovesse essere approvato questo obbrobrio, potrebbe essere quasi del tutto composto da uomini», ha aggiunto.
Le critiche non si fermano al tema della parità. Boldrini ha definito la riforma «scritta su misura» e «cambiata di mese in mese» per garantire la sopravvivenza dell'attuale maggioranza, che sarebbe «terrorizzata dall'avanzata di Vannacci». «Cambiano i sondaggi e cambia il testo della norma. Altro che stabilità del Paese: l'unico interesse di Meloni e compagni è non rischiare di perdere il potere», ha affermato, parlando di «stratagemmi e sotterfugi» che premieranno la coalizione anche senza la maggioranza dei voti.
La presidente del Comitato diritti umani ha poi esteso l'attacco al merito costituzionale della riforma, denunciando l'introduzione del cosiddetto premierato di fatto attraverso l'indicazione obbligatoria del presidente del Consiglio nei programmi elettorali. Una scelta che, a suo avviso, «toglie poteri al Capo dello Stato» e rappresenta «un percorso pericolosissimo contro il quale ci batteremo in Parlamento». Boldrini ha rivendicato il risultato già ottenuto alla Camera, dove la maggioranza sarebbe andata sotto, e ha lanciato un appello: «Serve anche una grande mobilitazione popolare per impedire a Meloni, Salvini e Tajani di minare alle basi la nostra democrazia e di cancellare tante battaglie per una presenza paritaria delle donne nelle istituzioni».
Sulle accuse arriva però la replica di chi ricorda come il tema della rappresentanza di genere sia stato a lungo un nodo interno proprio al Partito Democratico. Il caso più citato risale al periodo successivo alle elezioni politiche del 2018, quando oltre quattrocento donne del Pd — tra parlamentari, amministratrici locali e militanti — firmarono un durissimo documento di protesta indirizzato ai vertici maschili del Nazareno. In quella occasione venne denunciata apertamente la scarsa presenza femminile nei ruoli di vertice e nelle liste elettorali del partito, con appelli e lettere aperte che ebbero ampia eco pubblica.
Il confronto sulla riforma elettorale resta quindi aperto, tra accuse incrociate e tensioni che attraversano entrambi gli schieramenti. Da un lato la maggioranza difende il provvedimento come strumento per garantire stabilità e governabilità; dall'altro le opposizioni, con Boldrini in prima fila, annunciano battaglia in aula e mobilitazione sul territorio. La partita si giocherà nei prossimi mesi tra emendamenti, mediazioni e possibili ricorsi, con il tema della parità di genere destinato a restare uno dei nodi centrali del dibattito politico.
