La Procura di Ravenna ha contestato l'associazione a delinquere nell'ambito dell'inchiesta che ha portato alla perquisizione di 23 medici in diverse città italiane. L'accusa riguarda la formazione di falsi certificati medici finalizzati a impedire i rimpatri dei migranti. L'unico professionista a rispondere di questo reato come indagato è Nicola Cocco, infettivologo e esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, considerato dagli inquirenti una sorta di referente dei colleghi sul tema. La sua posizione era già emersa nell'indagine sull'ospedale ravennate, dove erano state disposte misure cautelari.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Cocco è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri. Altre posizioni sono al vaglio della Procura. Dopo le perquisizioni, la squadra mobile, coordinata dalla Procura ravennate, valuterà il materiale acquisito e non si esclude che possano arrivare nuove iscrizioni nel registro degli indagati. Nel corso delle operazioni, un medico raggiunto a Roma si è chiuso in casa, rendendo necessario l'intervento dei vigili del fuoco per consentire l'accesso degli inquirenti.
La vicenda ha suscitato immediate reazioni politiche. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha difeso l'operato del personale sanitario, affermando che «noi sappiamo quello che leggiamo sui giornali, abbiamo fiducia nella magistratura e nel lavoro che deve essere fatto per chiarire questa situazione, così come abbiamo fiducia assoluta nel personale medico e infermieristico della nostra regione, del quale siamo molto orgogliosi». A margine di un evento in Città metropolitana, Lepore ha poi commentato gli interventi dell'opposizione sul tema: «se la destra ha delle informazioni, è giusto che si rivolga alla Procura».
La capogruppo di Fratelli d'Italia in Emilia-Romagna, Marta Evangelisti, ha invece chiesto alla Regione di «fare chiarezza» sulla sua posizione in merito «alle pesanti risultanze investigative emerse a carico di personale sanitario operante in strutture della regione». La richiesta di chiarimento arriva mentre l'inchiesta della Procura di Ravenna continua a svilupparsi, con gli inquirenti che stanno esaminando il materiale sequestrato durante le perquisizioni.
L'indagine si concentra sulla presunta produzione di certificati medici che avrebbero dovuto ostacolare i rimpatri dei migranti, un tema che negli ultimi anni ha alimentato un acceso dibattito politico e giudiziario. La contestazione dell'associazione a delinquere rappresenta un passaggio significativo, perché ipotizza l'esistenza di un gruppo organizzato dedito a questa attività. La Procura di Ravenna, che coordina le indagini, non ha per ora fornito ulteriori dettagli sulle posizioni degli altri medici perquisiti, che al momento non risultano indagati.
Il coinvolgimento della Società italiana di medicina delle migrazioni, attraverso la figura di Cocco, aggiunge un elemento di rilievo all'inchiesta, che potrebbe avere ripercussioni sul piano professionale e associativo. Le perquisizioni hanno interessato diverse città, segno che l'attività investigativa non è circoscritta al solo territorio ravennate. Gli inquirenti intendono ora verificare la documentazione acquisita per stabilire eventuali responsabilità e collegamenti tra i professionisti coinvolti.
Mentre la magistratura prosegue il suo lavoro, resta alta l'attenzione politica sull'esito dell'inchiesta. Da un lato, il sindaco di Bologna invita a distinguere tra le responsabilità individuali e la fiducia complessiva nel sistema sanitario regionale; dall'altro, l'opposizione di centrodestra sollecita la Regione a prendere posizione sulle «pesanti risultanze investigative». La Procura di Ravenna, dal canto suo, valuterà il materiale sequestrato e non esclude nuove iscrizioni, lasciando aperto uno scenario in evoluzione.
