La Procura di Milano ha chiesto il carcere per Youssef Siher, 30 anni, cittadino italiano di origini marocchine, fermato nell'inchiesta sul Movimento 17 ottobre. Secondo i magistrati sarebbe la mente dei canali social attraverso i quali sarebbero stati istigati reati con finalità di terrorismo. La richiesta di custodia è motivata dal pericolo di fuga e dal rischio di reiterazione del reato.
Siher è un ricercatore, giornalista, attivista pro-Palestina e musicista. Per il pubblico ministero, le sue competenze informatiche gli consentirebbero di sviluppare una «strategia rivoluzionaria», che potrebbe portare avanti anche dall'esterno del carcere. Nelle chat esaminate dagli investigatori comparirebbe inoltre un manuale ispirato alle rivolte egiziane. Il pm parla di una «dichiarazione di guerra continua» alle istituzioni democratiche e alle forze dell'ordine contenuta nelle sue attività social.
Il gruppo Telegram del movimento sarebbe nato alle 19.58 del 18 ottobre, e il suo amministratore avrebbe iniziato fin da subito a dare indicazioni sulla mobilitazione. Le proteste di piazza collegate al movimento sono degenerate in violenze e saccheggi, circostanze che hanno portato gli inquirenti a esaminare con attenzione i messaggi diffusi online nei giorni precedenti.
Di segno opposto le reazioni di chi lo conosce. Elisa Giunchi, docente dell'Università Statale di Milano che è stata sua relatrice, lo ha descritto come uno studioso molto intelligente e un idealista, un ragazzo timido e riservato, non corrispondente al profilo costruito dai media in questi giorni. Giunchi ha collegato il suo impegno a quello dei giovani che manifestano contro il carovita, per il disinvestimento nel settore bellico e per più risorse a istruzione e sanità. Pur sottolineando che sono in corso indagini, ha osservato di non vedere, nei fatti riportati dalla stampa, elementi criminali tali da giustificare il fermo. Nel suo intervento ha anche denunciato una «gogna mediatica» nei confronti del giovane.
Il quadro si allarga anche al Marocco. Siher ha pubblicato scritti critici verso il re Mohammed VI e il cosiddetto Makhzen, l'apparato di potere che ruota attorno al Palazzo reale, ai servizi di sicurezza e alle élite economiche. Se tornasse in Marocco rischierebbe, secondo quanto riportato, da dieci a vent'anni di carcere. In Italia l'indagine prosegue e gli inquirenti stanno valutando i suoi legami con realtà ritenute più pericolose. Per ora la decisione sulla richiesta di carcere resta affidata all'autorità giudiziaria.
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