Andrea Sempio, accusato dell'omicidio di Chiara Poggi, rompe il silenzio e affida la sua difesa a un'intervista televisiva. Nel corso del programma «Quarto Grado», condotto da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero su Retequattro, l'indagato ha risposto alle domande di Guglielmo Mazzola, respingendo punto per punto le accuse della Procura di Pavia dopo la seconda chiusura delle indagini nei suoi confronti. «Non mi sembra ci siano argomenti tali da arrivare a un vero e proprio processo», ha dichiarato Sempio, spiegando di ritenere che la vicenda possa già risolversi in udienza preliminare.
Al centro dell'intervista c'è l'accusa di aver ucciso Chiara perché ossessionato da lei. Sempio la definisce priva di fondamento. «Se vogliamo pensare che Sempio fosse ossessionato da Chiara, va bene. Ci sono tre chiamate che se le metti assieme non arrivano forse neanche a trenta secondi. Non mi sembra una grande operazione di stalking», ha affermato, aggiungendo che non esiste alcun collegamento con la vittima in nessun altro caso e che lei non ha mai parlato di lui. «Io non avevo il suo numero», ha precisato. Quanto al movente, l'indagato sostiene che la Procura lo abbia costruito su un'intercettazione in auto in cui «oggettivamente si sente un po' sì e un po' no» e dove tecnici diversi non sentono le stesse parole. «Siamo arrivati all'elemento interpretabile fumoso», ha commentato.
Sempio contesta anche la tesi sui filmati che, secondo l'accusa, avrebbe visto e copiato. «I famosi filmati che si pensa io abbia visto non sono mai stati né visti né copiati né trasferiti su supporti che non siano il computer di Stasi o il computer di Chiara o la chiavetta di Chiara», ha detto, citando la consulenza tecnica della stessa Procura. «Io dei video l'ho saputo dai media». L'indagato si è detto «più sollevato» dopo la chiusura delle indagini, auspicando che sia arrivato il momento di «affrontare davvero tutte le questioni» e di uscire dal «marasma di supposizioni, piste inventate, notizie che poi venivano smentite». Alla domanda su un eventuale rinvio a giudizio, ha risposto: «Credo che si potrebbe già risolvere tutto in udienza preliminare. Se capiterà di dover andare proprio a giudizio, l'affronteremo. Parlando con la mia difesa non c'è qualche argomento che ci preoccupa più di altri».
Uno dei temi affrontati è l'impronta 33, considerata dalla Procura un elemento chiave. «Per noi non solo non è attribuibile a me, ma non è attribuibile a nessuno in generale», ha sostenuto Sempio. «È un'impronta su un muro dove ci sono altre impronte di altre persone che scendendo la scala si appoggiavano lì, quindi c'è un motivo per cui è lì. Non è che deve essere per forza legato all'omicidio». L'indagato ha poi ricordato che «ai tempi hanno fatto i vari esami e non hanno trovato sangue». Quanto alla consulenza della professoressa Cattaneo, secondo cui è plausibile che il suo piede calzasse con quello dell'impronta del killer, Sempio ribadisce: «Avevo il 44 ai tempi e ce l'ho ancora oggi». Nella sentenza definitiva di condanna di Alberto Stasi, la scarpa del killer viene individuata come una calzatura modello Frau numero 42.
Infine, Sempio si è soffermato sul tema del Dna sui pedali della bicicletta di Stasi, elemento valorizzato dalle ultime indagini. «La giustizia di per sé è suscettibile di errori. Ovvio che mi spaventa l'idea che ci possano essere degli errori che vadano a influire sulla mia situazione», ha detto, commentando l'ipotesi di un errore dei Ris. «Se è successo davvero e se questa cosa è stata davvero rilevante nel suo procedimento, se l'ha portato a una condanna...». Sempio non ha nascosto la preoccupazione per le ricadute sul suo caso, ribadendo però la fiducia nella possibilità di chiarire i fatti concreti.
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