C'è un genere teatrale squisitamente italiano che non conosce crisi di pubblico né cali di fatturato: la commedia della purità. è una pièce a ingranaggio fisso, rappresentata con ammirevole costanza su tutto il territorio nazionale ma con picchi di maestria lirica nelle nostre periferie storicamente complicate. il copione è rigido come un editto asburgico e si articola in tre atti obbligatori. primo atto: il giovane (o sedicente tale) gallo di provincia indossa una maglietta casual, arruffa i capelli, sventola la bandiera della democrazia partecipata e arringa i mercati rionali declamando la “cultura dei beni comuni”, la “resistenza morale”, la “trasparenza come unico programma” e l’imprescrivibile dovere di estirpare a mazzate etiche i politicanti del passato, quelli barbosi, quelli collusi, quelli del consociativismo opaco. secondo atto: il comizio permanente si trasferisce nell'ufficio del sindaco con tanto di fascia tricolore d’ordinanza, le foto con i magistrati di trincea appese al muro, la partecipazione entusiasta alle fiaccolate contro il racket, il presenzialismo militante ai cortei dei lavoratori, le dichiarazioni incendiarie a favore degli oppressi e i post su facebook scritti con la punteggiatura del dolore civile. terzo atto: l’alba, le sirene con le luci blu a girofarore, il bussare discreto ma fermo dei carabinieri del ros e la notifica dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari. il sipario cala, l’imputato passa al regime di arresti domiciliari e il coro tragico degli ex orfani morali intona l'intramontabile refrain: “è un equivoco, confidiamo nella magistratura” (purché non indaghi troppo a fondo) oppure “trattasi di evidente orologeria giudiziaria guidata dalla reazione e dalle forze oscure”. l’ultimo memorabile allestimento di questa farsa è andato in scena all’alba del 28 ottobre 2026 nella piana di sibari, splendido e martoriato feudo della calabria settentrionale dove la 'ndrangheta non è un concetto astratto da convegno universitario, ma una presenza tetragona, asfissiante, che decide chi spara, chi vive, chi estorce e chi deve gestire gli appalti dei rifiuti o la manutenzione dei marciapiedi. il maxiblitz della dda di catanzaro e dell’arma dei carabinieri porta a referto un saldo da bollettino di guerra: 41 misure cautelari. l'armamentario dei reati contestati è il solito campionario di brutalità arcaica e moderna: associazione di stampo mafioso, omicidi, detenzione di armi da guerra, estorsioni a tappeto, rapine e intestazioni fittizie di beni. e in mezzo a questa galleria di boss storici, gregari col mitra sotto il letto e figuranti del crimine organizzato, spunta, puntuale come l’ennesima tassa sulle disgrazie nazionali, il nome illustre: flavio stasi, sindaco di corigliano-rossano. non un ras di forza italia con tre legislature alle spalle e il garofano o lo scudocrociato nel portfolio nostalgia. nemmeno uno di quei vecchi arnesi della politica locale abituati a trattare la cosa pubblica come la stalla di famiglia. no: flavio stasi è (o era, prima che la realtà bussasse alla sua porta) il ragazzo prodigio dell’area progressista e civica, l’alfiere incorrotto della “buona amministrazione”, l’uomo che sulle barricate della legalità e sulla retorica del cambiamento aveva costruito una fulgida carriera politica culminata nella riconferma a furor di popolo a capo della terza città della calabria per popolazione. un beniamino dei salotti bene della sinistra moralizzatrice, quelli che quando vedono una spilla di libera su una giacca tendono a sospendere l'uso del cervello per abbandonarsi all'estasi contemplativa. finito dritto dritto agli arresti domiciliari. la doppia morale e il cronometro del destino per apprezzare appieno la perfezione drammaturgica di quanto accaduto a corigliano-rossano il 28 ottobre, occorre osservare la sequenza temporale con la lente d'ingrandimento del cinismo quotidiano. è una faccenda di poche ore, una questione di cronometro che meriterebbe di essere consegnata agli annali della storia del costume italico. poche ore prima che i militari si presentassero presso la sua abitazione con le carte firmate dal gip di catanzaro, il signor sindaco partecipava infervorato e con l’espressione di chi porta su di sé il peso del mondo a un’assemblea pubblica contro la criminalità. l’evento era stato promosso dai sindaci del comprensorio per condannare una serie di gravissimi e sanguinosi fatti di sangue verificatisi nella zona — compreso l’agguato mortale in cui poche ore prima era stata crivellata di colpi la moglie di un presunto boss locale. stasi era lì, in prima fila, la fascia tricolore ben tesa sul petto, il microfono stretto in pugno, la voce rotta da una controllata indignazione istituzionale, pronto a rilasciare le rituali dichiarazioni alle emittenti regionali: “la stato non arretrerà di un millimetro”, “siamo qui per dire un no fermo e intransigente a qualunque infiltrazione criminale”, “serve un presidio di democrazia e civiltà”. una prestazione attoriale da standing ovation. peccato che, mentre il sindaco scendeva dal palco tra gli applausi commossi della cittadinanza e dei colleghi di giunta, nei comandi dell'arma si stesse completando il briefing per l'esecuzione dei provvedimenti che riguardavano, tra i vari indagati, proprio l'illustre oratore. la mattina dopo, mentre le agenzie battenti rilanciavano i passi più toccanti del suo discorso della sera prima, il sindaco era a casa sua, impegnato a offrire il caffè di benvenuto agli inquirenti della direzione distrettuale antimafia. è la favolosa parabola della politica italiana contemporanea: un minuto prima sei il catone censore che tuona contro i mercanti dal tempio della legalità, un minuto dopo sei costretto a cercarti un avvocato penalista per spiegare ai magistrati come mai le tue promesse elettorali sembrassero stranamente gradite a soggetti che al posto del codice penale maneggiano la calibro 9.l’ipotesi d’accusa formulata dai pm della dda — sia chiaro a scanso di equivoci e a tutela del principio costituzionale di presunzione d'innocenza fino al terzo grado di giudizio — non parla di stasi come di un affiliato con la coppola e la lupara, ma delineerebbe il classico, desolante, squallido scambio elettorale politico-mafioso. nello specifico: voti e pacchetti di preferenze convogliati verso la sua candidatura in cambio di assunzioni, prebende, risorse pubbliche o corsie preferenziali nei meccanismi amministrativi del comune. se le accuse dovessero trovare conferma nei vari gradi del processo, saremmo di fronte alla solita, deprimente storia di ordinaria amministrazione del mezzogiorno: la mafia che non ha bisogno di sparare al sindaco perché trova più comodo e infinitamente più redditizio portargli un pacchetto di voti alle urne per poi bussare alla cassa dei servizi e delle assunzioni comunali. ma l’aspetto davvero esilarante — se non ci fosse da piangere per il destino dei cittadini di corigliano-rossano — è la reazione a scoppio ritardato dell’ecosistema politico e mediatico della sinistra "bene" e delle varie liste civiche del "fare pulito". la metamorfosi del garantista d’occasione esiste un fenomeno biologico e giudiziario che andrebbe studiato nelle facoltà di giurisprudenza: la repentina mutazione genetica del politico nostrano a seconda del colore della pettorina indossata dall’indagato del giorno. se i carabinieri bussano alla porta di un assessore della lega o di un sindaco di fratelli d’italia, la sentenza di condanna viene emessa in direttissima sui social network entro le ore 08:00 del mattino stesso. l'imputato è automaticamente un "criminale eversivo", il suo partito un "covo di malaffare sistemicamente corrotto", e chiunque provi a sommessamente ricordare che esiste l'articolo 27 della costituzione viene bollato come complicissimo difensore del malaffare, lacchè della criminalità o nostalgico dei comitati d'affari. il tono è quello dei profeti dell'antico testamento: fuoco, fiamme e purificazione. se invece gli stessi carabinieri, nello stesso giorno e con la stessa firma di un gip, applicano i domiciliari a un sindaco di centrosinistra o a un paladino dell'ambientalismo partecipato, assistiamo a un miracoloso fenomeno di trasfigurazione filosofica. il tribunale di piazza si trasforma istantaneamente in un cenacolo di giuristi raffinatissimi, allievi diretti di cesare beccaria e piero calamandrei. ecco allora che l'arresto diventa improvvisamente "una misura precauzionale sproporzionata", l'ordinanza del gip "un quadro indiziario debole e tutto da verificare", le intercettazioni telefoniche "frasi decontestualizzate da interpretare con prudenza sociologica" e l'intera operazione antimafia "un'indagine da valutare nei dettagli senza cedimenti al giustizialismo della piazza". gli stessi quotidiani che il giorno prima aprivano a sei colonne con “i clan nei palazzi del potere” per un avviso di garanzia a un consigliere regionale d'opposizione, improvvisamente riscoprono la timidezza della cronaca: “corigliano-rossano, contestata un'ipotesi d'accusa al sindaco: lui si dice sereno e fiducioso”. è la famosa "garanzia a targhe alterne", l'indossare il cappello da giacobino giustizialista o quello da garantista col parruccone a seconda dell'appartenenza politica del destinatario della misura cautelare. per anni ci hanno spiegato con sussiego e superiorità morale che la 'ndrangheta era una malattia contagiosa che colpiva esclusivamente i soliti noti, il vecchio centrodestra affarista, la democrazia cristiana fuori tempo massimo o la destra sociale priva di cultura istituzionale. ci hanno raccontato la storiella della "diversità genetica" e dell'immunità naturale garantita dal possesso di una tessera di partito della giusta sfumatura di rosso o di verde ecologista. poi arrivano le carte della procura antimafia di catanzaro, si leggono le intercettazioni in cui i vari intermediari spiegano con candore sbalorditivo come e perché si sono mossi per raccogliere consensi in favore del candidato "progressista", e la fiaba del re buono e dei barbari cattivi crolla rovinosamente sotto il peso della realtà. la 'ndrangheta non vota per ideologia: vota per interessi problema è che la 'ndrangheta — a differenza dei commentatori da salotto e degli oratori da comizio — non legge i testi di filosofia politica, non si abbona alle riviste di geopolitica e non ha mai partecipato a un dibattito sull'etica dei beni comuni. la 'ndrangheta è una struttura ferocemente pragmatica, dotata di un istinto di sopravvivenza ed espansione aziendale che la politica cosiddetta "alta" si sogna. i clan cosentini o della sibaritide non votano per simpatia ideologica, non si commuovono per le bandiere della pace e non s'innamorano della retorica sui diritti civili. votano per chi governa, per chi firma le delibere, per chi gestisce le licenze, per chi ha in mano i capitoli di spesa dei servizi sociali, della nettezza urbana e dei lavori pubblici. votano per chi può offrire posti di lavoro, supplenze, cooperative d'comodo, assunzioni veloci. se a governare un comune c'è un nostalgico della prima repubblica, i clan trattano con lui. se c'è un leghista con la felpa, trattano col leghista. se c'è un giovane leader civico di sinistra che parla di "partecipazione dal basso" e "riscatto della comunità", i clan, senza fare una piega, infilano la giacca buona, vanno al comitato elettorale e trattano col giovane leader civico. è la regola del parassitismo istituzionale: la mafia s'appicca al potere reale, non alle sue etichette. e l'idea che esistano "isole felici" o "modelli virtuosissimi" impermeabili per diritto divino al condizionamento criminale è semplicemente una fiaba consolatoria inventata da una classe dirigente politica incapace di fare autocritica e di esercitare un minimo di prevenzione reale al proprio interno. perché la vera domanda che nessuno nelle segreterie di partito ha il coraggio di farsi è questa: com'è possibile che un'amministrazione comunale guidata da chi ha fatto della legalità la propria bandiera identitaria non si accorga di chi gli sta portando i voti nel feudo elettorale? com'è possibile che chi si candida a governare un territorio ad altissima densità mafiosa non applichi quel filtro spietato, preventivo, ossessivo, che dovrebbe venire prima ancora dell'intervento dei giudici e dei carabinieri? le risposte possibili sono soltanto due, ed entrambe desolanti: causalità cinica: lo sapevano benissimo, ma i voti non puzza mai e servivano per vincere le elezioni, consolidare il potere e battere gli avversari; causalità babbea: non ne avevano la minima idea, il che dimostra un'incapacità di lettura del proprio territorio e una sprovvedutezza politica tali da renderli del tutto inadeguati a gestire persino un condominio, figuriamoci una città di ottantamila abitanti sommersa dai problemi e dalle pressioni criminali. tertium non datur. in entrambi i casi, il mito del "buon governo di sinistra" che resiste eroicamente contro il male si trasforma in una grottesca caricatura. la farsa dell'antimafia da passerella c'è un dettaglio che rende la vicenda di corigliano-rossano un compendio perfetto della decadenza del discorso pubblico italiano: l'uso e l'abuso dei simboli. negli ultimi dieci o quindici anni abbiamo assistito all'inflazione selvaggia dei marchi dell'antimafia. ogni comune ha il suo "assessorato alla legalità", ogni scuola la sua "settimana della memoria civile", ogni sindaco la sua foto ricordo con un magistrato sotto scorta o con un parente di una vittima di mafia. si inaugurano piazze, si piantano alberi intitolati ai martiri delle stragi, si firmano "protocolli d'intesa per la trasparenza" che hanno la stessa efficacia terapeutica di un'aspirina contro un arresto cardiaco. è la cosmetica della legalità. un’impalcatura propagandistica utilissima per vincere premi, ottenere finanziamenti culturali, riempire i palinsesti dei talk show serali e costruire carriere politiche da spendere poi ai tavoli regionali o nazionali. poi arrivano le intercettazioni reali. quelle dove gli intermediari dei boss commentano le nomine nelle società partecipate, dove si parla di pacchetti di tessere, di preferenze distribuite strada per strada, di "amici da sistemare" e di favori da rendere a chi ha garantito la vittoria al ballottaggio. e all'improvviso ci si accorge che mentre la giunta approvava le mozioni simboliche contro la criminalità, la criminalità si prendeva la sostanza delle decisioni o influenzava le dinamiche del consenso. l'antimafia di facciata ha questo di tragico: anestetizza le coscienze. convince i cittadini che basti stare "dalla parte giusta" (cioè la parte di chi parla bene e usa le parole d'ordine corrette) per essere automaticamente al riparo dal marciume. crea un'illusione di superiorità etica che impedisce di vedere le rughe e le macchie di sporco che si accumulano sulla pelle del proprio sistema politico. mentre il sindaco partecipava all'ennesima tavola rotonda o al corteo contro gli agguati, la magistratura ricostruiva pazientemente anni di intrecci, di contatti, di omissioni o di accordi corruttivi. il contrasto tra la solennità delle parole pronunciate in pubblico e la concretezza delle contestazioni contenute nell'ordinanza di custodia cautelare è la misura esatta del baratro che separa la politica reale da quella raccontata sui social network. presunzione d'innocenza e opportunismo d'uscita sia chiarissimo, ad scanso di equivoci per i lettori più distratti o per i legali pronti a impugnare la penna: flavio stasi, così come tutti gli altri indagati dell'operazione di catanzaro, è da considerarsi assolutamente innocente fino all'eventuale sentenza definitiva passata in giudicato. ci auguriamo di cuore che possa dimostrare nelle sedi opportune la sua totale estraneità ai fatti, l'assoluta genuinità del suo operato e la sua completa cecità rispetto alle manovre di eventuali terzi che a sua insaputa avrebbero votato o fatto votare per lui. il garantismo non si applica a giorni alterni e non si misura con l'appartenenza di partito. tuttavia, esiste una distinzione fondamentale che in questo paese si tende perennemente a cancellare: la differenza tra il giudizio penale e la responsabilità politica.un politico può essere penalmente irrilevante o persino prosciolto da un'accusa di scambio elettorale politico-mafioso per assenza di prova della piena consapevolezza dell'accordo, eppure risultare politicamente e amministrativamente fallimentare per aver consentito che attorno alla sua figura si addensassero gli interessi, le manovre e i voti delle cosche del territorio. quando un amministratore pubblico si ritrova ai domiciliari con accuse così pesanti formulate da una procura distrettuale antimafia dopo anni di indagini riservate e riscontri sul campo, la scusa del "cadevo dalle nuvole" o del "non sapevo chi mi votasse" non è più accettabile. non lo è per chiunque, ma lo è ancora di meno per chi sulla pretesa di essere "diverso" e "incorruttibile" ha fondato l'intero proprio capitale di credibilità pubblica. la veridicità della politica non si misura sulle intenzioni dichiarate nei comizi, ma sui fatti. e il fatto, nudo e crudo, è che la 'ndrangheta in calabria continua a muoversi come un pesce nell'acqua, trovando sempre porte aperte, interlocutori disponibili o, nella migliore delle ipotesi, amministratori distratti e compiaciuti del proprio successo elettorale. e adesso, la solita passerella degli orfani cosa succederà adesso nelle stanze del potere locale e nei quartieri generali dei partiti che avevano elevato corigliano-rossano a laboratorio politico ed esempio da esportare? accadrà esattamente ciò che accade sempre in questi casi. nelle prime 24 ore assisteremo al solito sconcertato silenzio dei compagni di viaggio. i leader nazionali che facevano la fila per farsi un selfie col "sindaco del popolo" cancelleranno prudentemente le foto dai propri profili social o faranno finta di essere impegnati in improrogabili riunioni internazionali. i dirigenti locali tenteranno la carta del minimizzare: "un fatto personale", "aspettiamo di leggere le carte", "ci fidiamo del lavoro dei giudici ma conosciamo l'onestà di flavio".poi, man mano che emergeranno i dettagli dell'ordinanza — i verbali, i trojan, le intercettazioni, i dettagli sui voti e sulle assunzioni promesse — scatterà la fase due: l'abbandono della nave. il sindaco verrà progressivamente isolato, trasformato in un capro espiatorio, un corpo estraneo che "ha tradito la fiducia della comunità", mentre il partito o la lista civica cercheranno di rifarsi la verginità proponendo l'ennesima "commissione di garanzia" o l'ennesimo "comitato etico interno".infine, alla prima tornata elettorale utile, si ripresenteranno agli elettori con un nuovo candidato "giovane, pulito, fuori dagli schemi e privo di condizionamenti", pronto a promettere nuovamente la luna, la trasparenza e la cacciata dei mercanti dal tempio. e la ruota della commedia tornerà a girare, identica a se stessa, mentre la 'ndrangheta, nell'ombra, prenderà appuntamento con i referenti della nuova campagna elettorale. chissà se al prossimo corteo contro la mafia, la violenza e il racket organizzato nei comuni della sibaritide, la prima fila vedrà ancora una sedia vuota riservata al sindaco ai domiciliari. o se, più comodamente, faranno finta che non sia mai esistito, consegnando l'ennesimo paladino della legalità caduto in disgrazia all'oblio della memoria corta istituzionale. nel frattempo, ai cittadini di corigliano-rossano non resta che contemplare macerie di una retorica spazzata via in una mattina d'ottobre, con la consapevolezza che tra una fiaccolata e una sirena dei carabinieri, la realtà finisce sempre per presentare il conto. e di solito è un conto salatissimo, da saldare rigorosamente in contanti e senza ricevuta fiscale.

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Luca Nascimbene

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Reporter · Cronaca, approfondimenti e notizie dal mondo⁠

"Sono un giornalista appassionato di informazione e approfondimento. Mi occupo di seguire e raccontare le notizie di attualità, con un'attenzione particolare ai contesti e all'impatto delle storie sulla vita quotidiana. Credo nel valore di un giornalismo tempestivo, veritiero e indipendente."