Nel 2025 l'Italia si conferma l'ultimo Paese del G7 per spesa sanitaria pubblica pro-capite e scivola al quindicesimo posto tra i 27 Paesi europei dell'area Ocse. La spesa si attesta al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% dell'anno precedente e nettamente inferiore alla media Ocse e a quella dei Paesi europei, entrambe ferme al 7,1%. Il divario complessivo rispetto alla media europea, calcolato a parità di potere d'acquisto, supera i 36 miliardi di euro.

A lanciare l'allarme è la Fondazione Gimbe, che ha analizzato i dati del dataset Ocse Health Statistics aggiornato al luglio 2026, in vista dell'avvio del confronto sulla Legge di Bilancio 2027. Secondo il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, il sottofinanziamento pubblico non è più una questione contabile ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio sanitario nazionale e compromesso l'esigibilità di un diritto fondamentale. Il problema, sottolinea, alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l'obbligo di garantire i Livelli essenziali di assistenza e quello di mantenere i conti in ordine.

I dati mostrano che sono 14 i Paesi europei dell'area Ocse che destinano alla sanità pubblica una quota di Pil superiore a quella italiana: il differenziale varia dai 4,8 punti percentuali della Germania, che investe l'11% del Pil, allo 0,2 della Repubblica Slovacca. La spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a 3.952 dollari, 909 in meno rispetto alla media Ocse e 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei. Tra gli Stati membri dell'Ue, 14 investono più dell'Italia: dalla Spagna, che spende 47 dollari in più, alla Germania, che ne spende 4.774 in più.

Il divario con l'Europa si è aperto a partire dal 2011. Sino ad allora la spesa pro-capite italiana era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da quel momento, per effetto di tagli e definanziamenti, il distacco è cresciuto progressivamente: 424 dollari nel 2019, poi un'ulteriore accelerazione negli anni della pandemia e nel biennio 2023-2024. Nel 2025 il divario ha raggiunto 1.013 dollari per abitante, pari a 612,4 euro pro-capite secondo i parametri Ocse. Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall'Istat al 1° gennaio 2026, il gap complessivo sfiora i 36,1 miliardi di euro.

Il confronto con gli altri Paesi del G7 restituisce un quadro altrettanto critico. Dal 2008 al 2025 l'Italia è sempre stata il fanalino di coda del gruppo, ma quello che all'inizio del periodo era un distacco contenuto si è trasformato in un abisso: nel 2025 la spesa pro-capite italiana è meno della metà di quella tedesca. Emblematico il caso del Regno Unito, che condivide con l'Italia il modello Beveridge: partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia.

Cartabellotta chiede di interrompere quella che definisce la «liturgia annuale» del confronto pre-Manovra, in cui la trattativa si riduce a quanti miliardi il ministro della Salute riesca a ottenere dal Mef. Il ministro Schillaci ne ha già chiesti almeno cinque per il 2027, ma per il presidente della Fondazione la questione non è quanti riuscirà a portarne a casa quest'anno. Serve un patto tra tutte le forze politiche che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del Ssn, sostenute da continuità e volontà politica.

Le recenti valutazioni di Ocse, Commissione europea e Oms Europa convergono su una lettura paradossale: il Ssn continua a garantire buoni esiti di salute, con un'elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e accessibili, in particolare per le fasce socio-economiche più fragili. Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del Ssn vengono esplicitamente collegate anche all'equità sociale e alla produttività del Paese. Il prezzo più alto, secondo Gimbe, lo pagano i cittadini: liste d'attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia e disuguaglianze territoriali sempre più marcate. Nel 2024 la rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci.

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Esteri e sport

Davide Orsini — esteri e sport, Filo Civico.