A Torino torna il 7 ottobre. Non come semplice ricorrenza sul calendario, ma come data attorno alla quale viene pubblicizzata un'iniziativa che, nel materiale diffuso sui social, accosta l'anniversario dell'attacco di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi in Israele alle parole «3 anni di genocidio, 3 anni di resistenza». È questo l'elemento che rende la vicenda diversa da una manifestazione come tante altre e che riapre un interrogativo mai davvero chiuso nel capoluogo piemontese.
Il punto non è la legittimità del dissenso verso Israele. Contestare le decisioni del governo israeliano, denunciare la morte dei civili palestinesi, chiedere un cessate il fuoco e sostenere i diritti del popolo palestinese sono posizioni che rientrano pienamente nel dibattito democratico. Il problema nasce quando il 7 ottobre 2023 viene trattato come un contenitore vuoto, nel quale ciascuno può inserire il significato che preferisce. Quel giorno uomini armati di Hamas e di altre organizzazioni attraversarono il confine israeliano, uccisero donne, uomini e bambini e portarono ostaggi nella Striscia di Gaza. Furono scelte che hanno segnato in profondità la società israeliana e chiunque abbia visto quelle immagini.
Da qui la domanda che gli organizzatori non possono eludere: che cosa significa usare proprio il 7 ottobre per parlare di «resistenza»? La libertà di manifestare non cancella la libertà di chiedere spiegazioni. Nessuno dovrebbe criminalizzare preventivamente una piazza, ma nessuna piazza può pretendere di essere sottratta alle domande. Se l'intenzione è parlare esclusivamente delle sofferenze palestinesi e prendere nettamente le distanze da Hamas e dall'attacco del 2023, gli organizzatori possono dirlo senza ambiguità. Proprio la scelta della data rende quella precisazione ancora più necessaria, perché esiste una differenza enorme tra difendere i diritti dei palestinesi e giustificare le atrocità di Hamas, così come tra manifestare contro Israele e trasformare l'assassinio deliberato di civili in un episodio da assorbire dentro una generica narrazione della resistenza.
Sulla vicenda incombe un altro fatto che non può essere ignorato. Mohammad Hannoun è detenuto ed è al centro di un'inchiesta della Procura di Genova con accuse legate al presunto finanziamento di Hamas. Gli investigatori gli attribuiscono un ruolo rilevante nel sistema oggetto dell'indagine: secondo l'impianto accusatorio, attraverso associazioni formalmente impegnate nell'assistenza alla popolazione palestinese sarebbe transitato denaro che avrebbe invece sostenuto, direttamente o indirettamente, Hamas. Gli inquirenti contestano complessivamente finanziamenti per milioni di euro. Si tratta di accuse di gravità estrema, ma le parole devono restare precise: Hannoun non può essere descritto come colpevole sulla base dell'accusa. Sarà la magistratura a stabilire quali contestazioni reggeranno al processo. La difesa contesta l'impianto accusatorio e nel corso del procedimento sono già emerse questioni importanti sull'utilizzabilità e sull'attendibilità di parte del materiale investigativo. La Cassazione ha imposto un riesame del quadro cautelare e ha sollevato problemi specifici riguardo ad alcune fonti utilizzate. Questo non attenua la gravità delle accuse, ma applica una regola elementare dello Stato di diritto: un'inchiesta non è una sentenza.
Il tema di fondo resta l'islamismo radicale e Hamas, considerata da molti Stati una cellula terroristica. Va detto con estrema chiarezza che milioni di musulmani non hanno nulla a che vedere con Hamas. Essere palestinese non significa appartenere a Hamas. Essere musulmano non significa condividere l'islamismo politico e radicale e, meno ancora, sostenere il terrorismo. Confondere queste realtà sarebbe ingiusto e finirebbe paradossalmente per regalare agli estremisti ciò che desiderano: presentarsi come rappresentanti di un'intera religione e di un intero popolo. Hamas va giudicata per ciò che Hamas fa e per ciò che è. Le persone eventualmente accusate di sostenerla devono essere giudicate sulla base delle loro condotte individuali. E chi manifesta per la Palestina deve essere giudicato per quello che dice e fa, non per la propria religione o provenienza.
Proprio per questo, quando compare la parola «resistenza» nel giorno del 7 ottobre, chiedere chiarezza non significa attaccare i musulmani. Significa pretendere che non esista alcuna zona grigia sul terrorismo. Torino ha già conosciuto questa tensione. Non sarebbe la prima volta che il 7 ottobre diventa nel capoluogo piemontese una giornata di fortissima contrapposizione. Nel 2025 migliaia di persone parteciparono a una mobilitazione pro-Palestina proprio nell'anniversario dell'attacco. La manifestazione provocò contestazioni anche sulla scelta della data e la Questura precisò che il corteo non era stato autorizzato nelle modalità con cui si svolse. La precisazione è d'obbligo, perché molte manifestazioni pro-Palestina non sono mai state autorizzate e sono quindi illegali: un'abitudine che troppo spesso viene adottata.
Ora il calendario riporta Torino davanti allo stesso interrogativo, con in più il peso dell'inchiesta Hannoun. Non è corretto trasferire automaticamente le accuse rivolte a Hannoun a chiunque abbia frequentato le sue associazioni, condiviso battaglie politiche con lui o partecipato a iniziative per la Palestina. La responsabilità penale non si eredita, non si trasmette per conoscenza e non si attribuisce per vicinanza politica. Ma sul piano pubblico resta una domanda legittima per chiunque scelga di scendere in piazza in quella data: quale resistenza, e contro chi.
3
