La storia ufficiale della psicologia è stata raccontata quasi interamente attraverso una genealogia maschile. I nomi di Freud e Jung sono familiari anche a chi non ha mai studiato la materia, mentre quelli di molte studiose che hanno contribuito in modo decisivo all'evoluzione della scienza dei processi mentali, dei comportamenti e delle relazioni umane restano poco conosciuti. È da questa constatazione che nasce «Diamoci del Lei. Quindici donne che hanno cambiato la storia della psicologia», saggio storico-scientifico edito da Giunti e scritto a quattro mani da Valentina Albertini, presidente della Fondazione dell'Ordine degli Psicologi della Regione Toscana, e da Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi.
Il punto di partenza, spiega Gulino, è semplice e amaro: studiando i manuali universitari le due autrici si sono accorte di aver appreso la storia della psicologia attraverso una genealogia quasi interamente maschile. Le donne esistevano, avevano prodotto teorie, ricerca e metodi innovativi, ma spesso sono rimaste ai margini. Ripercorrere quindici biografie significa riattraversare il racconto della disciplina da un'altra angolazione, ponendosi la domanda che guida l'intero lavoro: che storia della psicologia avremmo conosciuto studiando anche le sue madri? Il volume non è un testo tecnico: racconta vicende, pensieri, vite e le società nelle quali quelle donne hanno potuto, o meno, esprimersi. È pensato per chi studia psicologia, ma anche per un pubblico più ampio.
La centralità di Freud nell'immaginario collettivo ha inciso profondamente sulla rappresentazione della donna, più come paziente che come protagonista della ricerca. Un caso emblematico è quello di Sabina Spielrein, a lungo ricordata come paziente, allieva e amante di Jung, quando fu invece psicoanalista e pensatrice originale, capace di anticipare temi importanti. La sua vicenda mostra quanto facilmente la biografia sentimentale di una donna possa diventare più rilevante di quella intellettuale. Lo stesso vale per Lou Andreas-Salomé, che attraversa liberamente la psicoanalisi, e per Leta Hollingworth, che smonta con la ricerca i presunti fatti scientifici sull'inferiorità femminile.
Le autrici hanno voluto evitare la trappola dello stereotipo che lega le studiose ai soli temi sociali, educativi e dei diritti. Non cercavano un «pensiero femminile», ma donne che avessero prodotto ricerche sperimentali e pensieri teorico-scientifici importanti, tanto da mettere in discussione le ortodossie del proprio tempo. Accanto a chi ha lavorato sui diritti ci sono Mary Ainsworth, che ha cambiato il modo di comprendere l'attaccamento, e Brenda Milner, che ha rivoluzionato le conoscenze sulla memoria. Alcune studiose, però, hanno mostrato cosa accade quando la psicologia smette di parlare solo a se stessa: Mamie Phipps Clark, con i suoi studi sugli effetti della segregazione razziale sui bambini afroamericani, contribuì alla battaglia civile e giuridica contro la discriminazione negli Stati Uniti. Eleanor Maccoby, con le ricerche sul divorzio e sul genere, ricorda che la psicologia può dialogare con tribunali, istituzioni e decisori pubblici.
Tra le quindici figure esaminate, Gulino ne segnala una a cui si sente particolarmente vicina: Mara Selvini Palazzoli. Da psicoterapeuta sistemica, Gulino ritrova nella sua storia un'idea centrale del proprio modo di intendere la psicologia, ossia che non si può comprendere una persona separandola dai legami in cui si sviluppa la sua esistenza. Colpisce anche l'intreccio tra biografia e pensiero: la bambina che aveva conosciuto il rifiuto diventa una delle più importanti studiose delle relazioni familiari, trasformando le ferite in strumenti di cura e la propria storia in una teoria.
Il libro è anche un testo storico sul percorso di emancipazione, perché attraverso le biografie racconta rapporti tra uomini e donne, diritti e possibilità concesse o negate. Università, istituzioni scientifiche e luoghi del sapere sono stati per secoli prevalentemente maschili. Mary Whiton Calkins completò ad Harvard il percorso per il dottorato senza ottenerlo per motivi di genere; Margaret Floy Washburn divenne nel 1894 la prima donna a conseguire un PhD in psicologia. Essere nella storia non significa entrare nel suo racconto: molte studiose pubblicavano, facevano ricerca e dialogavano con i grandi pensatori, eppure sono rimaste nelle note a piè di pagina, spesso conosciute con il cognome acquisito dal matrimonio, un dettaglio solo apparentemente anagrafico. Dare del lei alla psicologia significa restituire loro nome, pensiero e autonomia, e completezza alla storia della disciplina.
Il tema ha una ricaduta sul presente. Oggi le donne sono in maggioranza tra gli psicologi italiani, ma resta da capire se questo dato si rifletta anche nelle posizioni accademiche e nei ruoli di vertice o se persistano squilibri. Le autrici non nascondono l'obiettivo divulgativo del volume, che intende tracciare un excursus della storia della psicologia e insieme interrogare il lettore su ciò che quelle donne hanno potuto, o non potuto, essere e fare.
2
