A vent'anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, arriva in libreria «La forza della passione. Lettere a monsignor Rino Fisichella» (Piemme), volume che raccoglie per la prima volta la corrispondenza privata tra la scrittrice e il religioso. Le lettere, rimaste riservate per due decenni, restituiscono il lato più autentico e umano di una delle voci più potenti e controverse del giornalismo italiano, offrendo uno sguardo inedito sugli ultimi mesi di vita dell'autrice.
Il libro include l'ultima lettera scritta da Fallaci, datata New York, domenica 21 maggio 2006. La scrittrice, ormai gravemente malata, risponde con rabbia a una missiva di Fisichella che la invitava alla prudenza, dopo che una persona vicina ai servizi segreti aveva segnalato presunte voci su un via vai di avvocati da casa del religioso. Le indiscrezioni, raccolte a Roma, suggerivano che Fisichella volesse aiutare Fallaci a non pagare le tasse agli Stati Uniti tramite il Vaticano. Una ricostruzione che la giornalista definisce «voci stupide», ma che la induce a una replica durissima e articolata.
«Ciò di cui mi informi nella lettera giunta due giorni fa mi inferocisce. Mi deprime, mi nausea, e mi inferocisce», scrive Fallaci, sottolineando come i cosiddetti servizi segreti non abbiano «alcun diritto di ficcare il naso nelle mie faccende private e personali. Peggio: nella mia morte». La scrittrice rivendica la propria condotta: «Non appartengo a sette mafiose o a circoli truffaldini del calcio. Non sono un terrorista di Al Qaida o una spia di Hamas. Sono un probo ed ultrarispettabile cittadino che rende onore e ha sempre reso onore al proprio Paese».
Nella lunga replica, Fallaci chiarisce punto per punto le proprie ragioni. La consulenza di avvocati, spiega, serve unicamente a preparare il testamento e a difendersi dai «lerci tranelli dello Stato di New York», che definisce «notoriamente una associazione a delinquere che non ha uguali negli Stati Uniti», citando multe assurde imposte ai proprietari di case. Distingue poi tra «evadere» le tasse ed «evitare» quelle non dovute, rivendicando di aver sempre pagato fino all'ultimo centesimo, e domanda se facciano altrettanto parlamentari, ministri e «comunisti miliardari che grazie a lerci privilegi vivono alle spalle del popolo».
Il nodo centrale della lettera è però la riservatezza. Fallaci racconta che le agenzie di stampa stavano per diffondere la notizia della sua morte e due giornali stavano per pubblicare il «coccodrillo», un episodio che la ferì profondamente. «Chi glielo aveva detto alle agenzie di stampa che la mia malattia s'era improvvisamente o drammaticamente aggravata?», si chiede, escludendo di aver parlato della propria salute con chiunque tranne che con Fisichella e con Daniela. La sua conclusione è un attacco durissimo: «I servizi-segreti italiani, dunque? E perché? Per conto di chi? Del nuovo governo fascista? Razza di delinquenti. Fascisti, buoni a nulla, venduti e delinquenti».
Fallaci difende infine il silenzio sul nome di Fisichella: «Mai! Mai!!!! Il tuo nome io lo taccio sempre. Lo proteggo come un prezioso cristallo su cui nessuno deve mettere le mani e la linguaccia». La scrittrice teme che la gente, «tanto stupida quanto invidiosa», possa rompere o incrinare quel cristallo. Nell'introduzione al volume, firmata da monsignor Fisichella, il religioso ricorda il rapporto con la giornalista e il valore di questa corrispondenza come testimonianza della sua volontà di non essere dimenticata. Nel testo di Fallaci alcuni nomi sono stati omessi per ragioni di privacy.
