Il 15 settembre ricorrono i vent'anni dalla morte di Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice tra le più note e discusse del panorama italiano e internazionale. Scomparsa nella sua Firenze nel 2006, Fallaci ha lasciato un'eredità complessa fatta di reportage dai fronti di guerra, interviste ai protagonisti della politica mondiale e saggi che hanno acceso dibattiti accesi, dentro e fuori i confini nazionali.
Nata a Firenze nel 1929, Fallaci iniziò la carriera giornalistica giovanissima, durante la Seconda guerra mondiale, quando ancora adolescente partecipò alla Resistenza nelle file della formazione «Giustizia e Libertà». Questa esperienza segnò profondamente il suo sguardo sul mondo e il suo modo di raccontare i conflitti, che divenne il tratto distintivo della sua prima produzione professionale. Dopo l'esordio nei periodici locali, il salto nelle grandi testate nazionali la portò a coprire come inviata i teatri di guerra più caldi del Novecento, dal Vietnam al Medio Oriente, dall'America Latina all'India e al Pakistan.
Proprio dai luoghi dei conflitti arrivarono alcuni dei suoi servizi più celebri, raccolti poi in libri come «Niente e così sia», dedicato all'esperienza vietnamita, e «Intervista con la storia», volume che raccoglie le conversazioni con capi di Stato, rivoluzionari e personalità religiose. Tra le interviste rimaste nella memoria collettiva ci sono quelle a Henry Kissinger, a Yasser Arafat, all'ayatollah Khomeini e a Deng Xiaoping, incontri nei quali Fallaci impose uno stile diretto e talvolta spiazzante, capace di strappare dichiarazioni passate alla storia.
Il rapporto con il potere e con i suoi rappresentanti fu uno dei fili conduttori della sua carriera. La giornalista fiorentina non si limitò a registrare le parole dei suoi interlocutori, ma li provocò, li incalzò e li costrinse a uscire dai copioni preparati. Questo metodo le valse la fama internazionale e la rese una figura riconosciuta ben oltre i confini italiani, tanto che le sue interviste furono pubblicate e discusse in tutto il mondo.
Negli ultimi anni di vita, Fallaci si dedicò a una riflessione pubblica di carattere civile e politico, concentrata sui temi dell'immigrazione e del rapporto tra Occidente e mondo islamico. I saggi pubblicati in quel periodo, a partire da «La rabbia e l'orgoglio» del 2001, scritto all'indomani degli attentati dell'11 settembre, e poi «La forza della ragione» e «Intervista con sé stessa», suscitarono reazioni opposte: da un lato un ampio consenso popolare e numerose ristampe, dall'altro critiche durissime da parte di intellettuali, politici e rappresentanti delle comunità musulmane, che le contestarono toni e contenuti ritenuti offensivi e generalizzanti.
Le polemiche seguirono Fallaci anche sul piano giudiziario, con procedimenti avviati in diversi paesi europei per i contenuti dei suoi scritti, procedimenti che lei stessa visse come un attacco alla libertà di espressione. La sua figura, già divisiva in vita, è rimasta tale anche dopo la morte: per alcuni resta un modello di giornalismo coraggioso e indipendente, per altri una voce segnata da posizioni estreme e semplificatorie.
La ricorrenza dei vent'anni offre l'occasione per rileggere l'intera parabola di una protagonista del Novecento italiano, dalla Resistenza ai campi di battaglia, dalle interviste ai potenti fino alle battaglie civili degli ultimi anni. Un percorso che intreccia storia del giornalismo, storia politica e storia culturale del paese, e che continua a essere oggetto di studio e di confronto.
