Il costo dell'energia in Italia non è più soltanto una priorità strategica: sta assumendo i contorni di un'emergenza per il sistema produttivo. È il messaggio emerso dal workshop «La transizione energetica nell'industria italiana: decarbonizzazione e neutralità tecnologica per un'autonomia strategica», promosso da AIDIC, l'Associazione Italiana di Ingegneria Chimica, in collaborazione con l'Università di Napoli Federico II, che si è tenuto presso la Facoltà di Ingegneria dell'ateneo partenopeo.
Secondo AIDIC, le soluzioni e le tecnologie non mancano: ciò che manca è la rapidità con cui vengono attuate. Il presidente dell'associazione, Giuseppe Ricci, ha indicato il nodo politico-culturale: «Se continuiamo a scegliere le fonti energetiche per ragioni ideologiche anziché ingegneristiche, paghiamo un prezzo in termini di competitività industriale e sicurezza nazionale». La neutralità tecnologica — cioè la valutazione di ogni fonte in base al suo contributo reale al sistema, senza esclusioni a priori — è la richiesta centrale rivolta a istituzioni e decisori.
Il quadro è reso urgente dai numeri. Oltre l'80% del fabbisogno energetico italiano è coperto da importazioni, nonostante l'Italia sia la seconda manifattura d'Europa per valore aggiunto industriale, circa il 20% del totale continentale, concentrata in settori energivori come chimica, farmaceutica, metallurgia e meccanica di precisione. Il rapporto 2026 di Energy&Strategy del Politecnico di Milano, citato durante i lavori, offre la misura del ritardo: negli ultimi trent'anni le emissioni di CO2 nell'area UE si sono ridotte del 37%, ma ai ritmi attuali i target 2040 e 2050 non saranno raggiunti. Il gap stimato è di circa 500 milioni di tonnellate di CO2 equivalente al 2030, che sale a 1,5 miliardi nei due decenni successivi.
Per colmare questa distanza, AIDIC indica tre assi concreti. Il primo è la diversificazione massima del mix energetico: rinnovabili, nucleare di nuova generazione, biofuel e gas come ponte, nessuna fonte esclusa a priori. Il secondo è l'efficienza come leva immediata: ridurre i consumi senza ridurre la produzione resta l'intervento più rapido e meno costoso per l'industria. Il terzo è lo sviluppo di filiere nazionali per l'energia — biofuel da biomasse agricole, idrogeno verde e biogas da scarti industriali — perché ogni quota prodotta internamente sottrae dipendenza geopolitica. A questi si aggiunge la cattura della CO2 (CCUS), considerata ormai ineludibile per i processi industriali non elettrificabili: il PNIEC fissa un target di 4 milioni di tonnellate di CO2 all'anno di capacità di stoccaggio entro il 2030, a fronte di un quadro normativo italiano ancora incompleto.
Il dibattito si inserisce in un contesto europeo in evoluzione. Nei prossimi mesi la Commissione Europea valuterà la revisione delle norme sulle emissioni di CO2, con l'obiettivo di introdurre maggiore flessibilità e neutralità tecnologica, rivalutare il target di riduzione e includere la possibilità, per biocarburanti ed e-fuel, di essere conteggiati come crediti per i produttori. AIDIC intende portare un contributo di competenza tecnica indipendente, allargando la riflessione dai trasporti ai processi produttivi industriali — e-fuel, bioraffinerie, idrogeno — e al confronto tra biocarburanti ed e-fuel, anche attraverso l'approccio del Life Cycle Assessment.
Sul fronte territoriale, il Mezzogiorno è indicato come possibile hub energetico del Paese e cerniera tra Europa e Mediterraneo. Il Sud Italia produce oggi oltre la metà dell'energia rinnovabile nazionale tra eolico, solare e bioenergie ed è tra le aree più attrattive a livello internazionale per la produzione da fonti rinnovabili. Gli strumenti di policy degli ultimi anni, dal PNRR alla ZES Unica, stanno accompagnando una crescita del Mezzogiorno superiore alla media nazionale. In questo contesto, l'area di Napoli, con la sua base industriale e la collocazione logistica sul Mediterraneo, può giocare un ruolo di primo piano.
Il fronte più esposto resta quello marittimo. Via mare viaggia oltre l'80% del commercio mondiale in volume e, secondo Confcommercio, circa il 46% di quello italiano. La flotta nazionale è però scesa in dieci anni da 1.505 a 1.266 unità, secondo i dati UNCTAD, mentre quella mondiale cresceva di oltre 18.000 navi, e dipende ancora interamente dal petrolio: nel 2022 il bunker marino ha assorbito circa 2,8 milioni di tonnellate, di cui 2,2 di olio combustibile e 600.000 di gasolio, con il GNL ancora marginale. Il conto, intanto, cresce: dal 2024 le navi oltre le 5.000 tonnellate di stazza lorda rientrano nel sistema ETS europeo, con una restituzione di quote che sale fino al 100% delle emissioni 2026, e dal 2025 si applica anche il FuelEU Maritime.
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