Acciaierie d'Italia, la società in amministrazione straordinaria che gestisce gli impianti ex Ilva, ha chiesto di estendere la cassa integrazione straordinaria ad altri 4.172 dipendenti in tutta Italia, portando il totale delle persone sospese dagli attuali 4.450 a 8.622 unità. La richiesta è contenuta in una comunicazione inviata dai commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli ai sindacati nazionali e territoriali, alle Regioni interessate e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese.
La nuova misura decorrerà dall'autorizzazione fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe o rinnovi. L'azienda precisa che 8.622 è il «numero medio massimo di contestuali sospensioni». Restano in servizio 1.004 unità per garantire la guardiania degli asset, la salvaguardia degli impianti produttivi e l'adempimento degli obblighi amministrativi e ambientali, oltre alla continuità produttiva.
La decisione di ampliare la cassa integrazione è motivata dalla necessità di rispettare il decreto della Corte d'Appello di Milano che ha ordinato la fermata dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto. Il provvedimento è stato emesso il 27 luglio con una scadenza di 90 giorni, ormai prossima. Due richieste di sospensione avanzate da Acciaierie sono state respinte dalla Corte d'Appello, mentre il ricorso straordinario in Cassazione sarà discusso il 20 ottobre.
Nella comunicazione i commissari spiegano che «il non dilazionabile adempimento dell'ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società». La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l'esercizio dell'area a caldo impone di attuare tempestivamente un diverso piano operativo. L'azienda ha inoltre revocato gli ordini di approvvigionamento delle materie prime già pianificati, non più compatibili con il fermo del ciclo integrale, anche per salvaguardare l'equilibrio economico della gestione.
Al 30 luglio i dipendenti di Acciaierie erano 9.626, di cui 7.875 a Taranto, 917 a Genova, 542 a Novi Ligure e 127 negli uffici di Milano, oltre al personale delle altre sedi. Con la nuova comunicazione la società chiede la cassa fino a febbraio per 6.964 lavoratori su 7.875 a Taranto, 870 su 917 a Genova, 515 su 542 a Novi Ligure e 117 su 127 a Milano, con un impatto analogo sulle altre sedi.
Taranto è il sito più colpito. Qui la cassa è già in corso per circa 3.500 persone ed è autorizzata per un massimo di 3.800 nell'ambito di un contingente complessivo di 4.450. I quasi 7mila cassintegrati totali riguarderanno 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree più colpite sono fusione e staff e servizi, con rispettivamente 2.660 e 3.225 persone destinate alla cassa integrazione, mentre per l'area di laminazione la richiesta riguarda 1.079 lavoratori.
La comunicazione ai sindacati di Taranto è arrivata nella tarda serata di ieri, al termine di uno sciopero all'ex Ilva e nell'indotto durato cinque giorni, iniziato lunedì, che ha comportato anche il blocco delle principali strade statali da e per Taranto, la 7 per Massafra-Bari e la 106 per Metaponto-Reggio Calabria. Nella giornata di ieri diversi dipendenti tra Taranto e Milano erano già stati raggiunti dalla comunicazione di messa in cassa integrazione a zero ore.
Sul fronte economico, la relazione tecnica che accompagna l'ultimo decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri prevede l'integrazione economica alla cassa straordinaria, in modo che i lavoratori percepiscano il 70 per cento della retribuzione, da ottobre a giugno 2027. Sono stati messi a budget 15 milioni per i tre mesi finali del 2026 e 30 milioni per i primi sei mesi del prossimo anno. Per l'integrazione è stata ipotizzata una platea di 9.200 lavoratori in cassa integrazione a zero ore per l'intero periodo, quasi l'intero organico di Acciaierie.
Nella comunicazione l'azienda sottolinea che dalla sospensione temporanea degli impianti funzionali alla produzione di bramme e coils, già a partire dal 9 ottobre 2026, deriva la necessità di rimodulare gli assetti aziendali. Questo determinerà gradualmente ricadute sulle lavorazioni in tutti gli stabilimenti del gruppo, con entità variabile nel tempo in relazione al progressivo ripristino delle condizioni di esercizio, funzionali a garantire la cedibilità degli asset, anche mediante il ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di una autonoma capacità produttiva.
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