Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria ha comunicato agli enti locali competenti la fermata generale degli stabilimenti dell'ex Ilva, a partire dall'area a caldo di Taranto. Lo stop degli altiforni, che potrebbe avvenire già nelle prossime ore, costituisce l'anticamera della chiusura del più grande polo siderurgico nazionale. La decisione arriva in vista del pronunciamento della Corte di Cassazione, atteso per il 20 ottobre, sulla sentenza della Corte d'Appello di Milano che aveva chiesto di sospendere l'area a caldo dello stabilimento pugliese.
Nella missiva inviata al Comune di Taranto si legge che «è in corso la sospensione di tutte le attività produttive degli impianti dell'area a caldo dello stabilimento nei termini già indicati». La comunicazione è stata inviata anche ai sindaci di Genova e Novi Ligure. Tra le ipotesi sul tavolo c'è anche quella di un pronunciamento della Cassazione che non preveda lo stop totale degli impianti ma solo il loro funzionamento al minimo.
Il governo ha incontrato i sindacati a Palazzo Chigi, ribadendo l'intenzione di portare già nel prossimo Consiglio dei ministri un decreto-legge che contenga le tutele sociali per i lavoratori. L'obiettivo è una cassa integrazione non per chiusura attività, ma in una prospettiva di continuità. Secondo fonti sindacali, la dotazione finanziaria prevista è di 125 milioni per proteggere i lavoratori diretti e indiretti dell'ex Ilva. Di questi, 80 milioni sono destinati alla cassa in deroga per l'indotto e gli appalti, mentre circa 45 milioni serviranno per l'integrazione della cassa straordinaria al personale di Acciaierie e di Ilva. La durata delle misure potrebbe arrivare fino a fine giugno.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha riferito alle parti sociali che si sta verificando «se ci sono i margini per non arrivare allo spegnimento completo affinché non si determini un pregiudizio agli impianti». Mantovano ha precisato che non si tratta di una norma di disapplicazione del decreto della Corte d'Appello, ma di una norma che consenta, qualora ci siano i margini dal punto di vista giuridico ed economico, di mantenere in riscaldo gli impianti fino a quando non ci sarà chiarezza sulla decisione della Cassazione.
Intanto a Taranto è prevista la fermata produttiva dell'altoforno 2, che verrà messo in preriscaldo, minimo tecnico senza produrre ghisa. Gli impianti saranno mantenuti in modalità di riscaldo, «hot stand-by», in attesa della decisione della Cassazione.
I sindacati fanno muro contro il rischio di serrata. Il segretario Fiom Michele De Palma ha dichiarato: «Ci sono comunicazioni dei commissari nei confronti degli enti locali, da cui noi siamo stati completamente esclusi. Voglio che sia chiaro al governo che per noi sarebbe inaccettabile la chiusura dell'ex Ilva, perché comunicazioni che dicono che si fermano tutte le attività significherebbe chiudere l'ex Ilva, sarebbe inaccettabile».
Per Davide Sperti, segretario generale Uilm, «la cassa integrazione non può essere un obiettivo, ha valore se è uno strumento transitorio. Taranto è già un esercito di ex lavoratori, cassintegrati». Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl, ha aggiunto: «Qualora si arrivasse alla chiusura dell'area a caldo, è inevitabile che si debba mettere in sicurezza le minacce di licenziamento venute nei giorni scorsi per i lavoratori dell'indotto di Taranto».
Il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha auspicato che «sia individuata in questi giorni di incontri una prospettiva solida per il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro territorio e della filiera siderurgica del nostro Paese». La vicenda resta seguita con apprensione dalle comunità locali e dalle migliaia di famiglie che dipendono direttamente e indirettamente dall'attività dello stabilimento.
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