La rigenerazione dei siti industriali dismessi è diventata una delle partite più complesse per l'Italia, a metà strada tra bonifica ambientale, pianificazione urbana e sviluppo economico. Migliaia di ettari di suolo abbandonato, capannoni vuoti e ciminiere silenziose raccontano la stagione industriale del secondo Novecento, ma nascondono anche un'eredità di contaminanti difficile da smaltire. Restituire queste porzioni di territorio alla collettività significa fare i conti con metalli pesanti, idrocarburi, solventi clorurati e amianto che per decenni si sono depositati nel suolo e nelle falde acquifere.

I cosiddetti brownfields, termine anglosassone entrato nel lessico tecnico italiano per indicare le aree industriali dismesse potenzialmente contaminate, rappresentano un problema ambientale e urbanistico di prima grandezza. Fino al 2012 erano stati identificati 57 Siti di Interesse Nazionale (SIN), le aree giudicate più critiche per il rischio sanitario e ambientale, per una superficie complessiva di circa 9.000 chilometri quadrati. Non si tratta di una categoria amministrativa astratta: in quelle zone vivono persone, sono presenti falde acquifere utilizzate e ogni intervento richiede pianificazione rigorosa e costosa.

Secondo quanto denunciato da associazioni ambientaliste come Legambiente, le bonifiche e il ripristino ambientale degli ex siti industriali in Italia sono sempre più spesso ferme al palo. Le ragioni si intrecciano e rendono difficile sciogliere rapidamente il nodo. Il primo ostacolo sono i costi: la bonifica di un sito pesantemente contaminato può richiedere investimenti nell'ordine delle decine di milioni di euro, con tempi che si misurano in anni o decenni. In teoria il principio «chi inquina paga», sancito dal diritto europeo, dovrebbe identificare il responsabile e obbligarlo a sostenere le spese. In pratica, le aziende inquinatrici spesso non esistono più, sono fallite o hanno ceduto le proprietà in modo da rendere difficile l'attribuzione della responsabilità.

C'è poi il nodo della complessità tecnica. La caratterizzazione di un sito, cioè la fase preliminare in cui si analizza cosa c'è nel suolo e in quale concentrazione, può richiedere anni di indagini. Dopodiché si apre la fase progettuale, con la scelta delle tecnologie di bonifica più adatte: soil washing, bioventing, barriere idrauliche, estrazione e trattamento delle acque di falda. Ogni approccio ha costi, tempi e gradi di efficacia diversi, e spesso le autorizzazioni si sovrappongono tra enti locali, regionali e nazionali.

Il quadro normativo italiano in materia di siti contaminati ha una storia relativamente recente. Il riferimento principale è il Decreto Legislativo 152 del 2006, noto come Testo Unico Ambientale, che ha riorganizzato la disciplina delle bonifiche introducendo criteri di analisi del rischio sito-specifici. In sostanza, il livello di bonifica richiesto dipende dall'uso futuro previsto per l'area — residenziale, industriale o verde pubblico — e non da un valore soglia uguale per tutti. Questo approccio, mutuato da esperienze nordeuropee e anglosassoni, ha il vantaggio di essere più flessibile e realistico, ma richiede una governance attenta.

ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, svolge un ruolo centrale nel monitoraggio e nell'informazione sui siti contaminati a livello nazionale, raccogliendo dati e fornendo supporto tecnico alle istituzioni. Il suo osservatorio sui siti contaminati è uno dei riferimenti più aggiornati per comprendere lo stato dell'arte in Italia. In passato anche APAT, l'agenzia che ha preceduto ISPRA, aveva pubblicato linee guida specifiche per il recupero ambientale e la valorizzazione economica dei brownfields, riconoscendo che la bonifica da sola non basta: serve un progetto di riuso che renda l'intervento economicamente sostenibile nel lungo periodo.

La rigenerazione dei siti industriali dismessi non è solo una necessità ambientale, ma anche un'opportunità urbana concreta. Molte di queste aree si trovano in posizioni strategiche, vicine ai centri città, ben collegate e dotate di infrastrutture preesistenti, caratteristiche che le rendono appetibili per nuovi usi residenziali, commerciali, culturali o produttivi di tipo diverso. In Europa, progetti finanziati nell'ambito del Settimo Programma Quadro dell'UE hanno sviluppato e testato strumenti pratici per la rigenerazione di aree urbane abbandonate, dimostrando che un approccio integrato, che coinvolga sin dall'inizio le comunità locali e gli investitori, può trasformare un passivo ambientale in una risorsa per il territorio.

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Autore

Cronista di politica

Elena Ferraro — cronista di politica, Filo Civico.