Solo il 7,9% delle imprese italiane presenta un livello di intensità digitale molto elevato, contro il 10,1% della media europea. In pratica, il 92% delle aziende del Paese non ha raggiunto uno stadio avanzato di digitalizzazione, un ritardo che pesa su competitività, produttività e capacità di attrarre capitali. Il dato emerge dallo studio «Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana», realizzato da TEHA, Amazon e AWS e presentato al Forum TEHA di Villa d'Este, a Cernobbio.

La ricerca fotografa un Paese che dispone di importanti asset industriali, scientifici e tecnologici ma che continua a registrare difficoltà nell'attrarre, realizzare e portare su larga scala gli investimenti nei settori tecnologicamente più avanzati. Gli investimenti high-tech valgono l'1,3% del Pil, contro l'1,9% medio dell'Unione europea: un livello inferiore del 32%. Colmare il ritardo nella capacità delle istituzioni di tradurre le norme in risultati potrebbe generare fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno, pari a circa 1,23 punti percentuali di Pil.

Il divario digitale resta particolarmente marcato tra le aziende di dimensioni più piccole. Nel 2025 presenta un'intensità digitale alta o molto alta l'82% delle grandi imprese, il 61% delle medie e soltanto il 34% delle piccole. Secondo lo studio, per ridurre il distacco servono soprattutto tre condizioni: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria e una disponibilità più ampia di competenze tecniche e scientifiche.

Uno dei principali ostacoli individuati dalla ricerca è il sistema energetico. Nel 2024 il 74% dell'energia disponibile in Italia proveniva dall'estero, contro il 57% della media Ue. Le imprese italiane arrivano così a pagare l'energia fino al 30% in più rispetto alla media europea. La crescita delle fonti rinnovabili potrebbe ridurre questa dipendenza, ma a frenare gli investimenti restano tempi autorizzativi giudicati eccessivamente lunghi e poco prevedibili: per ottenere un permesso relativo a un impianto fotovoltaico in Italia serve in media un anno e mezzo in più rispetto alla Germania e, durante l'iter, il quadro normativo può cambiare tre volte.

A incidere sulle decisioni degli investitori è anche la capacità delle istituzioni di trasformare le norme in risultati concreti. Lo studio stima che un miglioramento dell'Institutional Delivery Index fino ai livelli della Danimarca potrebbe aumentare di 0,92 punti percentuali la quota di investimenti high-tech. A frenare questo potenziale è anche la stratificazione normativa: in Italia sono in vigore circa 160 mila leggi, 23 volte più che in Francia, mentre una legge su cinque approvata nelle ultime legislature sarebbe rimasta inattuata in attesa dei relativi decreti attuativi. Le risorse pubbliche ferme per effetto dei ritardi nell'attuazione ammonterebbero attualmente a circa 3 miliardi di euro.

Secondo i dati riportati nella ricerca, l'adozione dell'intelligenza artificiale è associata a incrementi della produttività del lavoro di circa il 4%, mentre i settori a maggiore intensità digitale hanno generato circa il 40% dei nuovi posti di lavoro nell'area Ocse tra il 2006 e il 2016. Gli investimenti high-tech permettono inoltre alle imprese, in particolare a Pmi e startup, di accedere a tecnologie, infrastrutture e servizi avanzati senza dover sostenere autonomamente elevati investimenti iniziali.

«In Italia abbiamo scelto di investire: oltre 3 miliardi di euro in infrastruttura cloud e decine di migliaia di persone formate sulle competenze digitali dal 2017, verso l'obiettivo di 200.000 studenti STEM entro fine 2026», ha dichiarato Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia. «Oggi il cloud mette la stessa potenza di calcolo e di intelligenza artificiale nelle mani di una startup come di una grande azienda, con un modello pay-per-use e senza barriere di ingresso. Il vero fattore abilitante è la prevedibilità: quando le regole sono stabili e i tempi certi, le imprese investono di più e innovano prima».

Lo studio è stato sviluppato con il contributo scientifico di Alec Ross, esperto statunitense di innovazione e politiche tecnologiche, autore del libro «The Italian Dream: Riprendersi il Futuro» e Distinguished Adjunct Professor alla Bologna Business School. «Fare l'imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi», ha evidenziato Ross, «e con ogni nuova regolazione c'è un nuovo sasso nello zaino. Non significa che non servano regole. Significa che le regole devono essere chiare, coerenti, prevedibili e applicabili».

Autore

Cronaca e giustizia

Giulia Sanna — cronaca e giustizia, Filo Civico.