L'industria chimica italiana rischia una contrazione della produzione del 3% nel 2026. L'allarme è stato lanciato dal presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, durante l'Assemblea pubblica 2026 della Federazione, svoltasi a Milano davanti a oltre 650 imprenditori. Secondo la federazione, a pesare sono la concorrenza cinese, gli elevati costi energetici e le politiche europee, che mettono sotto pressione la competitività del settore.

Buzzella ha rivolto un appello diretto all'Unione europea. «Le politiche dell'Unione europea sono di vitale importanza per comprendere se intendiamo ritagliarci una parte da co-protagonisti, o subire l'aggressività delle nuove leadership industriali del mondo, rinunciando al nostro benessere e ai nostri valori», ha dichiarato, sottolineando la necessità di un cambio di passo nelle strategie industriali europee.

Con 60 miliardi di euro di fatturato, oltre 117 mila addetti e più di 40 miliardi di esportazioni, la chimica rappresenta la quinta industria italiana. Il Paese è il terzo produttore europeo del settore, caratterizzato dalla presenza di grandi gruppi nazionali e internazionali e di piccole e medie imprese. Nonostante il peso economico e occupazionale, il comparto risente degli shock geopolitici e delle conseguenze dei conflitti in Ucraina e in Iran, che incidono sui prezzi del gas e del petrolio, utilizzati sia come fonti energetiche sia come materie prime.

Nella prima parte del 2026 la produzione chimica italiana ha beneficiato di un'anticipazione degli acquisti da parte dei settori clienti, alimentata anche dai timori di interruzioni nelle catene di fornitura. Nella seconda metà dell'anno, però, il peggioramento dello scenario internazionale e la debolezza della domanda stanno determinando una nuova flessione. Federchimica prevede quindi una contrazione della produzione del 3% nell'intero 2026, con possibili ripercussioni anche sul 2027.

Tra le principali minacce alla competitività europea, Buzzella ha indicato la crescente pressione della Cina, diventata contemporaneamente mercato di sbocco, fornitore e concorrente dell'industria chimica italiana. «Nel 2019 proveniva dalla Cina il 5% delle importazioni chimiche italiane, contro il 17% del 2025. In questo stesso lasso temporale le nostre esportazioni verso quel mercato sono aumentate del 20%, ma le importazioni sono cresciute del 410%», ha spiegato il presidente di Federchimica.

Secondo Buzzella, la crescita della produzione cinese è stata sostenuta anche da consistenti aiuti pubblici. «A ciò si aggiunge un vero e proprio dumping strutturale, con aiuti pubblici ricevuti dalle imprese cinesi tra le tre e le otto volte superiori rispetto a quelle dei Paesi dell'OCSE». In venticinque anni la Cina è passata da circa un decimo a quasi la metà della produzione chimica mondiale. «In venticinque anni il Paese ha preparato la propria invasione industriale sostenendo per primo il settore che fornisce soluzioni tecnologiche agli altri settori, la chimica», ha osservato Buzzella.

Un altro fattore critico è rappresentato dagli elevati costi dell'energia. Secondo i dati presentati da Federchimica, la loro incidenza sul valore della produzione chimica è passata dal 14% del 2021 al 18% del 2024 e rischia di superare il 23%. Il divario competitivo con gli Stati Uniti resta ampio: in Europa il gas può arrivare a costare fino a nove volte rispetto al mercato americano.

A questo si aggiunge il peso delle politiche climatiche. Tra costi diretti e indiretti del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l'ETS, l'industria chimica italiana sostiene oneri superiori a 600 milioni di euro all'anno, destinati, secondo Federchimica, a raggiungere 1,5 miliardi entro il 2030. «La transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica», ha affermato Buzzella. Tra il 2022 e il 2025, l'industria chimica europea ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva, mentre gli investimenti in nuova capacità produttiva di prodotti chimici sono crollati del 90%.

Nonostante le difficoltà, il settore continua a investire in ricerca e innovazione, con 600 milioni di euro destinati a queste attività e oltre 1.000 imprese impegnate nella ricerca. «È necessario potenziare gli incentivi alla ricerca attraverso strumenti accessibili anche per le Pmi e dedicati non solo all'innovazione radicale, ma anche a quella incrementale. Il credito d'imposta va rafforzato e reso strutturale allineandolo a standard europei», ha sottolineato Buzzella.

Il presidente di Federchimica ha ricordato il ruolo trasversale della chimica, presente nel 95% dei manufatti e fondamentale per numerosi comparti, dalla mobilità alla farmaceutica, dall'agroalimentare alle costruzioni, fino alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. La chimica è inoltre centrale nell'approccio One Health, che considera interconnesse la salute umana, animale e vegetale e la qualità degli ecosistemi, contribuendo allo sviluppo di farmaci, dispositivi medici, strumenti diagnostici e tecnologie per l'agricoltura e la sicurezza alimentare.

Secondo Buzzella, l'Unione europea dispone ancora di risorse importanti per rilanciare la propria industria: un mercato di 450 milioni di consumatori, un elevato livello di risparmio e un patrimonio produttivo di rilievo internazionale. Le debolezze strutturali dell'industria europea, a partire dai costi energetici, restano però il nodo da sciogliere per evitare che la chimica italiana perda ulteriore terreno nei prossimi anni.

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Autore

Cronaca e giustizia

Giulia Sanna — cronaca e giustizia, Filo Civico.