Un'Europa economica che comprendesse l'Unione europea, il Regno Unito, la Svizzera, la Norvegia, i Balcani occidentali, la Moldova e l'Ucraina arriverebbe a una scala che oggi nessun singolo Paese europeo può immaginare. Il calcolo, basato sui dati 2025 della Banca Mondiale, porta l'ordine di grandezza verso i 27 mila miliardi di dollari di Pil nominale e circa 590 milioni di abitanti.

Gli Stati Uniti resterebbero leggermente più grandi in termini nominali, mentre la Cina sarebbe più piccola su questa misura. Ma per l'Italia la domanda interessante non è chi occuperebbe il primo posto in classifica. È se un mercato così grande riuscirebbe finalmente a funzionare come un mercato unico anche per capitale, energia, servizi e grandi investimenti industriali.

L'Italia avrebbe molto da guadagnare da questa trasformazione. Il Paese è uno dei principali centri manifatturieri europei, con migliaia di imprese specializzate in meccanica, componentistica, moda, farmaceutica, alimentare e beni strumentali. Queste aziende crescono quando possono vendere e acquistare su un mercato ampio senza incontrare costi amministrativi e finanziari diversi a ogni confine.

L'Unione dispone già di un mercato unico di circa 450 milioni di consumatori. Tuttavia il capitale europeo rimane molto più frammentato del mercato americano. La Commissione europea stima che una maggiore integrazione dei mercati dei capitali potrebbe mettere a disposizione delle imprese circa 470 miliardi di euro di finanziamenti aggiuntivi.

In un'Europa allargata, questa cifra assumerebbe un significato ancora maggiore. Londra e Zurigo aggiungerebbero due grandi piazze finanziarie. Germania, Francia e Italia fornirebbero capacità industriale. I Paesi nordici porterebbero energia e tecnologia. Polonia e altri Paesi dell'Europa centrale rafforzerebbero le catene produttive. L'Ucraina diventerebbe allo stesso tempo un grande mercato di ricostruzione e un nuovo spazio industriale.

Il costo non sarebbe trascurabile. La stima congiunta pubblicata nel febbraio 2026 valuta in quasi 588 miliardi di dollari il fabbisogno di ricostruzione e ripresa dell'Ucraina nel prossimo decennio. È più del doppio del Pil ucraino di un singolo anno.

Ma per le imprese europee quella spesa rappresenta anche una domanda potenziale per costruzioni, reti elettriche, ferrovie, macchinari, materiali, assicurazioni, logistica e servizi finanziari. Per l'industria italiana, una ricostruzione inserita nelle regole del mercato unico avrebbe un significato molto diverso da una serie di interventi emergenziali separati.

Anche la difesa entra nel calcolo. I 27 Paesi UE hanno speso 418 miliardi di euro nel 2025. Con il Regno Unito e la Norvegia il potenziale industriale sarebbe ancora più alto. Ma la frammentazione degli acquisti resta un freno: più bilancio non significa automaticamente più capacità se ogni Stato compra sistemi differenti.

Il vero confronto con Stati Uniti e Cina è quindi istituzionale. Washington dispone di un mercato dei capitali più profondo e di un bilancio federale. Pechino può coordinare rapidamente investimenti e industria. L'Europa possiede una combinazione straordinaria di risparmio, aziende, ricerca e consumatori, ma spesso la usa attraverso sistemi nazionali distinti.

Un'Europa da 27 mila miliardi non diventerebbe automaticamente l'economia più efficiente del mondo. Per l'Italia, però, sarebbe un mercato capace di offrire alle imprese una scala continentale. La differenza fra una grande unione e una vera superpotenza economica passerebbe da qui: meno confini economici interni, non semplicemente più Paesi sulla stessa mappa.

Autore

Redattore economia

Marco Bellini — redattore economia, Filo Civico.