Per l’Italia un’ulteriore escalation della guerra russa avrebbe effetti prima di tutto indiretti e ibridi. La distanza dal fronte orientale riduce il rischio immediato di un attacco convenzionale rispetto ai Paesi sul fianco est della NATO, ma non protegge reti digitali, infrastrutture, imprese e catene logistiche da cyberattacchi, sabotaggi, spionaggio o coercizione economica.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha descritto nel 2026 proprio questo cambiamento della sicurezza europea: disinformazione, attacchi informatici, sabotaggi, pressione sulle filiere strategiche e coercizione economica possono destabilizzare un Paese senza una dichiarazione di guerra. Nello stesso quadro, la difesa non riguarda soltanto le forze armate ma anche energia, comunicazioni, dati, logistica e infrastrutture critiche.
A luglio il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha inoltre riferito di un’operazione di sicurezza che aveva individuato agenti russi attivi in Italia, indicando rischi per istituzioni, sicurezza, imprese e sistema industriale. È un segnale utile per capire quale forma potrebbe assumere una fase intermedia dell’escalation: non bombardamenti, ma pressione su informazioni, organizzazioni e nodi economici.
Lo scenario cambia se Russia e NATO entrano in un conflitto diretto. La NATO afferma che Mosca dispone di droni, missili da crociera, balistici e sistemi ipersonici. In una guerra aperta, il rischio riguarderebbe soprattutto funzioni militari, difesa aerea e missilistica, comando e logistica direttamente legata alle operazioni dell’Alleanza. Indicare oggi singoli siti come possibili obiettivi sarebbe speculativo e poco responsabile.
Per i cittadini, le conseguenze potrebbero apparire inizialmente come interruzioni e restrizioni. Trasporti più controllati, traffico aereo modificato, temporanei problemi digitali, maggiore protezione di edifici e servizi e campagne di disinformazione possono alterare la vita quotidiana senza che una città venga colpita fisicamente. Anche la sola incertezza può spingere famiglie e imprese a cambiare comportamenti.
L’economia italiana è sensibile soprattutto a energia e commercio. L’esperienza europea dopo il taglio delle forniture russe ha mostrato quanto i prezzi di gas ed elettricità possano pesare sulla competitività. L’IMF sottolinea che gli alti costi energetici hanno ridotto investimenti e consumi in Europa. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, una nuova impennata dei prezzi colpirebbe settori ad alta intensità energetica e imprese che competono sui mercati internazionali.
Il secondo canale è la logistica. Un conflitto più ampio nel continente o nel Mediterraneo aumenterebbe i costi assicurativi, i controlli e il rischio di ritardi nel trasporto marittimo e terrestre. Le aziende sarebbero spinte a diversificare fornitori e ad accumulare scorte, una scelta che aumenta i costi e assorbe capitale.
Il turismo sarebbe un altro settore vulnerabile, anche senza attacchi in Italia. Una guerra europea riduce la propensione a viaggiare, rende più costosi i voli e può spostare la domanda verso destinazioni percepite come più lontane dal rischio. Allo stesso tempo, i mercati finanziari reagirebbero con maggiore volatilità e premi al rischio più elevati.
Infine c’è il bilancio pubblico. La NATO prevede che gli alleati arrivino entro il 2035 al cinque per cento del PIL tra difesa e spese di sicurezza correlate, con una quota per infrastrutture, reti e resilienza civile. Una crisi grave potrebbe anticipare investimenti in cyberdifesa, protezione delle comunicazioni, difesa aerea e scorte strategiche, riducendo lo spazio per altre priorità.
Per l’Italia, quindi, il rischio più credibile non è che la guerra si trasformi improvvisamente in una campagna di bombardamenti sul territorio nazionale. È che la pressione ibrida ed economica aumenti gradualmente, mettendo alla prova un Paese molto connesso alle reti europee. Se quella pressione dovesse sfociare in un conflitto NATO-Russia, la qualità della resilienza costruita prima della crisi determinerebbe quanto del sistema civile ed economico riuscirebbe a continuare a funzionare.
