L’Europa entra in settembre con una domanda diversa da quella che ha dominato gran parte della guerra in Ucraina. Non si tratta soltanto di capire se la Russia possa estendere il conflitto a un Paese della NATO, ma di capire quale tipo di azione potrebbe essere usato per mettere alla prova l’Alleanza senza arrivare immediatamente a una guerra aperta.
Il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe ha compiuto una visita non annunciata a Mosca. Secondo diversi media statunitensi, ha trasmesso un avvertimento contro eventuali attacchi a Paesi NATO, con particolare attenzione ai Baltici. Una analisi di The Bizzi Route legge quella missione come il segnale di un rischio già percepito da Washington, non come l’evento che avrebbe causato l’escalation successiva.
Nei giorni seguenti la tensione è diventata più visibile. Il premier polacco Donald Tusk ha affermato che non si può escludere una provocazione russa contro un membro dell’Alleanza. Lituania, Lettonia e Polonia avevano già richiamato l’attenzione sulla possibilità di operazioni limitate contro infrastrutture critiche.
Il punto decisivo è proprio la parola “limitate”. Un test della NATO non deve necessariamente assumere la forma di un’invasione. Sabotaggi, attacchi informatici, incidenti con droni, operazioni contro trasporti o energia e azioni attraverso intermediari possono produrre effetti strategici senza offrire subito una responsabilità militare incontestabile.
Il caso tedesco di Lipsia/Halle rende il problema concreto. Berlino ha attribuito alla Russia un coinvolgimento nel tentato attacco con un drone esplosivo all’aeroporto e ha annunciato misure diplomatiche e di sicurezza. Mosca nega ogni responsabilità.
La NATO, intanto, mantiene una distinzione importante. A luglio ha condannato le persistenti attività informatiche russe contro alleati e partner. Il 30 agosto un funzionario dell’Alleanza ha però dichiarato che non esiste al momento una minaccia imminente di attacco convenzionale.
Per l’Italia questa distinzione è fondamentale. Roma partecipa alla deterrenza sul fianco orientale e dipende, come gli altri alleati, dalla credibilità dell’articolo 5. Ma la credibilità non viene testata soltanto da carri armati e missili. Può essere messa alla prova da un episodio ambiguo che costringe i governi a decidere rapidamente se stanno affrontando criminalità, spionaggio, sabotaggio o un vero atto ostile di uno Stato.
La Russia continua nello stesso tempo a esercitare una forte pressione militare sull’Ucraina. Il 1° settembre Kyiv ha subito oltre dodici ore di attacchi nel sesto giorno consecutivo di pesanti bombardamenti. Non è dimostrato che ogni episodio sul territorio europeo faccia parte di un unico piano operativo. Tuttavia, l’insieme aumenta il costo politico e militare del sostegno occidentale a Kyiv.
Per Roma la priorità non dovrebbe quindi essere alimentare scenari di invasione non confermati, ma rafforzare la capacità di riconoscere e attribuire rapidamente le operazioni ibride, proteggere infrastrutture strategiche e coordinare la risposta con gli alleati.
Non ci sono prove pubbliche che Vladimir Putin abbia deciso un attacco contro la NATO. Esiste invece un rischio crescente che Mosca cerchi di capire fin dove può spingersi sotto la soglia della guerra aperta. Ed è proprio in quella zona grigia che la coesione dell’Alleanza potrebbe essere messa alla prova per prima.
