La pubblica critica dell'ambasciatore americano in Turchia, Tom Barrack, al raid israeliano sulla base aerea siriana di Abu al-Duhur ha aperto una crepa nel rapporto tra Washington e Tel Aviv, mettendo in luce le divisioni interne al movimento Maga e sollevando interrogativi sulla reale posizione della Casa Bianca nella disputa. Per anni Stati Uniti e Israele hanno agito all'unisono, convinti che i loro obiettivi regionali fossero sostanzialmente identici. Oggi, però, l'amministrazione Trump si trova a constatare che alcune mosse israeliane, in particolare i tentativi di tracciare nuove «linee rosse» in Siria, finiscono per minare direttamente gli interessi strategici americani.
Secondo la ricostruzione di Barrack, figura considerata tra le più vicine al presidente Donald Trump e diplomatico di punta per la Siria, l'intelligence americana avrebbe verificato sul terreno le informazioni israeliane che giustificavano l'attacco e non avrebbe rilevato alcun movimento turco verso la base, distante pochi chilometri dal confine. Tel Aviv, al contrario, sostiene che le forze turche si stavano preparando a dispiegarsi nella struttura e che il ministro della Difesa Israel Katz avesse condiviso in anticipo tali informazioni con Washington, procedendo al raid dopo non aver ricevuto risposta. Barrack non si è limitato a contestare i dati d'intelligence: ha definito l'operazione «un'escalation non necessaria» e ha avanzato l'ipotesi che Israele volesse spingere la Turchia a una risposta militare, uno scenario che avrebbe favorito il premier Benjamin Netanyahu in vista delle elezioni.
La frattura non è un fulmine a ciel sereno. Già ad aprile, durante un briefing, Trump aveva detto direttamente a Netanyahu che doveva essere «ragionevole» nella disputa con la Turchia, un avvertimento arrivato ben prima che Abu al-Duhur rendesse pubblica la divergenza. Il 30 maggio, poi, il segretario di Stato Marco Rubio ha definito Barrack «un membro indispensabile della squadra del presidente», che opera «con il pieno sostegno del Dipartimento di Stato». Entrambi gli episodi indicano la stessa direzione: quando le obiezioni israeliane si sono scontrate con la valutazione di Trump e del suo inviato, il presidente ha scelto di schierarsi con il proprio rappresentante. Israele, secondo Barrack, affronta queste questioni da una prospettiva esclusivamente securitaria, mentre l'amministrazione Trump le inserisce in un quadro più ampio, che deve tenere conto di diplomazia, pressioni politiche e rapporti con gli attori regionali.
La prova più evidente di questo approccio più ampio è emersa pochi giorni dopo il raid, quando il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha incontrato ad Amman, in Giordania, una delegazione israeliana di alto livello, che secondo quanto riferito comprendeva anche il capo del Mossad, Roman Gofman, sotto la mediazione degli Stati Uniti. L'agenzia di Stato siriana Sana ha riferito che i colloqui si sono concentrati sui meccanismi per fermare i raid israeliani, gli arresti e le operazioni mirate, nonché sulla ripresa dei negoziati per un accordo di sicurezza duraturo. Secondo quanto dichiarato da Shaibani a Reuters, la Siria aveva interrotto completamente i contatti dopo Abu al-Duhur, mentre il più ampio percorso negoziale era rimasto congelato dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Amman ha rappresentato il tentativo di Washington di riportare entrambe le parti al tavolo.
Secondo il Jerusalem Post, le parti avrebbero discusso della creazione in Giordania di una sala di coordinamento attraverso la quale Israele, Siria e potenzialmente anche la Turchia potrebbero comunicare direttamente, evitando di ricorrere all'escalation militare. Israele si sarebbe presentato al round con una serie di «linee rosse»: nessuna attività militare turca in Siria, un Golan siriano demilitarizzato, garanzie per la comunità drusa, limiti ai sistemi d'arma che Damasco può acquisire e un eventuale ritiro israeliano subordinato all'ottenimento di ulteriori risultati diplomatici. Damasco, dal canto suo, vuole che Israele torni alle posizioni occupate prima della caduta di Assad e ripristini il quadro previsto dall'accordo di disimpegno del 1974, respingendo qualsiasi limitazione agli aiuti militari che può ricevere dalla Turchia. Il quadro che emerge non è quello di una Casa Bianca che sceglie una parte per ragioni sentimentali, ma di un'amministrazione impegnata a gestire un alleato i cui istinti continuano a entrare in collisione con gli obiettivi di stabilizzazione regionale di Washington.
