Una colata di fango e acqua ha devastato vaste aree tra il Tibet e il nord del Nepal, causando almeno 157 vittime e lasciando quasi seicento dispersi. La piena improvvisa ha investito in particolare il distretto montuoso di Rasuwa, nella provincia nepalese di Bagmati, vicino al confine con la Cina, travolgendo villaggi, ponti e infrastrutture lungo il corso del fiume Bhote Koshi. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso, con elicotteri dell'esercito e mezzi privati mobilitati per raggiungere i feriti e le persone rimaste intrappolate.

Secondo le autorità, l'ondata d'acqua ha raggiunto il fiume attorno alle 9:15 locali, provenendo dall'area tibetana, e ha colpito duramente le località di Timure, Rasuwagadhi e Syabrubesi. Le immagini delle telecamere di sicurezza mostrano interi villaggi, ponti e bacini trascinati via dalla corrente mentre la gente tentava di fuggire. Il bilancio provvisorio parla di 97 corpi recuperati sul lato nepalese, mentre le autorità cinesi hanno segnalato altri tre morti nella contea tibetana di Gyirong, dove si contano anche 265 dispersi. Sul versante nepalese risultano disperse 484 persone, delle quali 391 stranieri e 93 nepalesi: tra gli stranieri figurano 133 indiani, 47 statunitensi, 34 australiani, 33 britannici, 24 canadesi e 19 malesi, oltre a cittadini di altri Paesi.

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha riferito che i due connazionali coinvolti nell'emergenza sono in buone condizioni. La Farnesina ha precisato che sono novanta gli italiani registrati nella regione attraverso il portale «Dove siamo nel mondo». Uno dei due, Giovanni Fassini, ha raccontato al Tg1 le ore di paura vissute a bordo di un autobus diretto a Katmandu con l'amico Marco Lombardi: «Il bus si è fermato perché la strada era sbarrata, poi ci siamo accorti che il fiume di fianco saliva. Siamo stati otto ore fermi sul mezzo». Lombardi ha aggiunto: «Ci è andata bene, siamo vivi, ma la situazione è veramente tragica, ci sono molti dispersi anche stranieri».

Tra i dispersi figurano anche 44 membri dell'esercito nepalese, 28 poliziotti, 13 appartenenti alla polizia armata e 60 lavoratori impegnati in progetti idroelettrici. La piena ha distrutto almeno 80 ponti, di cui 35 carrabili e 45 sospesi pedonali, e ha provocato gravi danni alla centrale idroelettrica Langtang Khola, appena completata e in attesa di avviare i test. Le cause del disastro sono ancora in fase di accertamento: inizialmente era stata ipotizzata l'esondazione o la rottura di un lago glaciale in Tibet, ma il ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal ha indicato come possibile fattore scatenante un sisma di magnitudo 4,4 registrato alle 8:37 locali, che avrebbe provocato una frana capace di bloccare temporaneamente il corso del fiume prima dell'inondazione.

Il governo nepalese ha dichiarato per tre mesi lo stato di area disastrata nelle zone colpite, prevedendo cure mediche gratuite per i feriti, alloggi e generi alimentari per gli sfollati e aiuti economici immediati alle famiglie delle vittime. Le autorità hanno ordinato di riaprire le strade bloccate e ripristinare acqua potabile, elettricità e telecomunicazioni. L'Unione europea ha attivato il sistema satellitare Copernicus per mappare le aree devastate, mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che Bruxelles è pronta a mobilitare ulteriore assistenza. Solidarietà è arrivata anche dal premier indiano Narendra Modi, dal ministro degli Esteri britannico Ed Miliband e dagli Stati Uniti, mentre la Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha stanziato oltre un milione di euro di fondi d'emergenza.

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Redattore economia

Marco Bellini — redattore economia, Filo Civico.