Settant'anni fa, il 17 ottobre 1956, al Marshall Chess Club di New York, un ragazzino di tredici anni di nome Robert James Fischer, per tutti Bobby, sconfisse il maestro Donald Byrne in una partita destinata a entrare nella storia degli scacchi. La vittoria, ottenuta con un sacrificio di Donna alla diciassettesima mossa, fu subito ribattezzata «la partita del secolo» e segnò l'inizio della leggenda del campione americano.

Fischer, che aveva appena tredici anni, sette mesi e otto giorni, affrontava un avversario il doppio più grande di lui. Byrne, tre anni prima, aveva vinto gli US Open e aveva difeso i colori americani in diverse Olimpiadi. I due si incontrarono durante il torneo per il trofeo Rosenwald, uno dei più prestigiosi dell'epoca, che riuniva dodici giocatori di élite, tra cui Samuel Reshevsky e il campione americano in carica Arthur Bisguier. Fischer era stato invitato per i risultati ottenuti durante l'estate, quando aveva vinto il campionato americano juniores diventando il più giovane campione nazionale di categoria, ma nessuno lo considerava un candidato alla vittoria. Concluse il torneo con 4,5 punti su 11, all'ottavo posto ex aequo, un risultato rispettabile per la sua età ma lontano dal podio. Reshevsky vinse con nove punti, mentre Byrne si fermò a 5,5.

La partita, però, fu qualcosa di diverso. Dopo circa cinque ore di gioco, intorno alla mezzanotte, secondo la ricostruzione del biografo Frank Brady, Fischer stupì anche gli osservatori più esperti. Alla diciassettesima mossa sacrificò la Donna, il pezzo più potente della scacchiera, lasciandola in pasto a un alfiere per scatenare un attacco irresistibile contro il re avversario. La combinazione, una delle più spettacolari della storia degli scacchi, portò allo scacco matto alla quarantunesima mossa, con l'ultima mossa di torre. Un aneddoto raccontato da Dan Heisman, allievo di Byrne, suggerisce che il maestro americano avrebbe potuto arrendersi molto prima, ma decise di continuare per lasciare al ragazzino la soddisfazione di dare scacco matto.

Il luogo della partita contribuì a renderla memorabile. Il Marshall Chess Club, fondato nel 1931 e ospitato in un edificio del 1832 al numero 23 della West 10th Street, nel cuore del Greenwich Village, era un tempio degli scacchi. Pannelli di legno alle pareti, camini, tende di velluto e tavoli di quercia illuminati da lampade di ottone: da quelle stanze erano passati campioni come José Raúl Capablanca e Aleksandr Alekhine, e a pochi passi abitava Marcel Duchamp, l'artista francese appassionato di scacchi. Fischer, adolescente solitario di Brooklyn, si presentava al circolo in maglietta e scarpe da ginnastica, venendo spesso rimproverato dagli organizzatori.

Quella vittoria cambiò tutto. Per Fischer, che da quel giorno iniziò la scalata che lo avrebbe portato a dominare il gioco e, sedici anni più tardi, a diventare campione del mondo battendo il sovietico Boris Spassky in una sfida entrata nella storia dello sport e della politica. Per Byrne, la cui carriera di alto livello, anche come istruttore e teorico, rimase legata per sempre a quella sconfitta. E per il gioco stesso, che vide nascere un mito. Oggi, a settant'anni di distanza, quella partita resta uno dei momenti più celebrati della storia degli scacchi, capace di far dimenticare il piazzamento finale di Fischer in quel torneo e di consegnare alla memoria collettiva solo la bellezza di una combinazione immortale.

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Esteri e sport

Davide Orsini — esteri e sport, Filo Civico.