Quanto siamo disposti a delegare all'intelligenza artificiale? È la domanda al centro di «Visioni sul futuro – Custodire l'umano nell'era dell'intelligenza artificiale», il convegno ideato e promosso da Manuela Pompas, giornalista, scrittrice e direttrice di Karmanews, organizzato insieme a Koscenthia con il coordinamento organizzativo di Guido Della Volpe. L'appuntamento è fissato per sabato 21 novembre 2026 a Palazzo Biandrà, nel centro di Milano, per una giornata di confronto tra divulgazione scientifica, medicina, psicologia e ricerca interiore.
«Con il nostro convegno vogliamo buttare un seme per costruire un futuro migliore», spiega Pompas. Una dichiarazione che dà all'incontro una direzione precisa: interrogarsi sul cambiamento per capire come parteciparvi. Mentre si discute di ciò che le macchine potranno fare, resta aperta la questione di ciò che ciascuno può cominciare a fare oggi. Il salto, osservano i promotori, è culturale prima ancora che tecnologico: chiedere a un sistema di scrivere una mail e affidargli l'interpretazione della propria vita implicano responsabilità differenti.
Che il tema sia attuale lo mostrano i dati delle aziende che sviluppano questi sistemi. In una ricerca pubblicata il 30 aprile 2026, Anthropic ha analizzato un campione iniziale di un milione di conversazioni con Claude. Dopo aver selezionato una conversazione per utente, ha rilevato che circa il 6% riguardava richieste di orientamento personale. Salute, carriera, relazioni e finanze concentravano il 76% di queste richieste. Lo studio ha individuato anche un'insidia: l'eccessiva condiscendenza del sistema, la tendenza a confermare la prospettiva dell'utente anziché metterla alla prova. Nelle conversazioni sentimentali e relazionali questo comportamento compariva nel 25% dei casi esaminati. Sono risultati riferiti a un prodotto e a un campione specifici, non una fotografia universale dell'intelligenza artificiale. Rendono però concreta una distinzione decisiva: sentirsi dare ragione non equivale a essere aiutati a capire.
Anche sul lavoro la fiducia merita di essere dosata. Una ricerca di Microsoft Research, presentata alla conferenza CHI 2025, ha raccolto le esperienze di 319 lavoratori della conoscenza, con 936 esempi di utilizzo dell'intelligenza artificiale generativa. Una maggiore fiducia nello strumento risultava associata a un minore esercizio dichiarato del pensiero critico; una maggiore fiducia nelle proprie competenze, al contrario, a un impegno critico più elevato. Lo studio si basa su autovalutazioni e non dimostra che l'intelligenza artificiale danneggi automaticamente le capacità cognitive. Suggerisce, tuttavia, che il modo in cui la usiamo conta quanto la sua potenza.
Il confine riguarda anche gli affetti. In un esperimento di quattro settimane con 981 partecipanti, ricercatori del MIT Media Lab e di OpenAI hanno osservato che un uso quotidiano più intenso dei chatbot era correlato a maggiore solitudine, dipendenza emotiva e minore socializzazione. Gli effetti variavano secondo modalità d'interazione e comportamenti individuali. La questione è capire quando un sostegno digitale arricchisce la vita e quando comincia a occupare lo spazio delle relazioni.
A Milano sarà Pierangelo Garzia, giornalista scientifico e responsabile dell'ufficio stampa dell'IRCCS Istituto Auxologico Italiano, a portare questa discussione verso il suo interrogativo più radicale: i robot avranno una coscienza? Il passaggio dai sistemi conversazionali ai robot capaci di agire nel mondo fisico rende la domanda ancora più impegnativa. Un comportamento convincente, tuttavia, non basta a dimostrare un'esperienza soggettiva. Dire «capisco» e provare comprensione sono due piani che non possono essere sovrapposti per il solo effetto di una buona conversazione.
È una difficoltà affrontata anche dalla ricerca internazionale. Un lavoro pubblicato su Trends in Cognitive Sciences, firmato tra gli altri da Patrick Butlin, Yoshua Bengio e David Chalmers, propone di valutare possibili indicatori di coscienza a partire dalle teorie neuroscientifiche, riconoscendo l'incertezza ancora presente nel settore. La sfida è costruire criteri rigorosi, senza scambiare la somiglianza con l'essere umano per una prova definitiva.
Il convegno allargherà il confronto oltre i chatbot. Ubaldo Carloni aprirà gli interventi con una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla presenza, interrogando il rapporto con l'«adesso» in un ambiente digitale costruito per accelerare risposte, aspettative e attenzione. Alberto Ugo Caddeo, medico e psicoterapeuta, affronterà il ruolo della biofisica e il possibile dialogo tra medicina convenzionale, prevenzione e approcci informazionali, distinguendo tra meccanismi ipotizzati, risultati clinici ed efficacia dimostrata. Amadeo Furlan, medico e ideatore della metodologia PHC, si concentrerà sulle relazioni tra cervello, emozioni, comportamento e salute.
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