La Procura di Como ha chiesto l'archiviazione dell'accusa di aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato e di due donne indagate per avere accompagnato in Svizzera Massimiliano Scalas, musicista toscano di 44 anni affetto da una forma di sclerosi multipla che gli provocava sofferenze fisiche e psichiche intollerabili. Il provvedimento, firmato dal procuratore capo Massimo Astori, analizza le complessità di una vicenda già esaminata dai magistrati di Firenze e dalla Corte costituzionale.
Scalas è morto in una clinica elvetica l'8 dicembre 2022. Il nodo giuridico, scrive Astori, era che l'uomo non fruiva di trattamenti di sostegno sanitario vitale nella nozione tradizionalmente accolta al momento dei fatti: non gli erano stati proposti e non li aveva né richiesti né mai interrotti. Aveva invece deciso di non sottoporsi a terapie più invasive per tentare di fermare l'avanzare della patologia.
Il riferimento centrale resta la sentenza sul caso Dj Fabo, definita da Astori il caposaldo di ogni discussione sul fine vita in attesa di un intervento del legislatore che ancora manca. Il procuratore sottolinea come l'inerzia del Parlamento abbia alimentato un difficile e gravoso compito interpretativo per i magistrati chiamati a decidere caso per caso.
Il 17 gennaio 2024 il gip di Firenze si era rivolto alla Consulta per chiedere se subordinare la non punibilità del suicidio assistito alla condizione che la persona fosse tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale potesse ritenersi costituzionale. La Corte costituzionale rispose che i trattamenti di sostegno vitale devono ritenersi sussistenti anche se rifiutati dalla persona malata e che il diritto di accesso all'aiuto al suicidio è riconosciuto non solo a chi ha accettato di sottoporsi a tali trattamenti e decide di interromperli, ma anche a chi li rifiuta.
Nel 2026, nel caso di due persone malate accompagnate in Svizzera da Cappato, il gip di Milano aveva compiuto un ulteriore passo ampliando la possibilità di accedere all'aiuto al suicidio e archiviando le accuse per il tesoriere dell'associazione Luca Coscioni. In quella decisione si evidenziava che il trattamento di sostegno vitale era stato da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di accanimento terapeutico secondo la scienza medica e ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione.
Nel ragionamento del procuratore Astori, con la morte di Scalas non vi è stata alcuna aggressione al bene vita, né in astratto né in concreto, se non da parte della malattia. Nessun inquinamento della volontà del titolare, che ha operato scelte mirate e personali, esercitando dapprima il rifiuto consapevole di specifiche cure mediche e infine manifestando e attuando la volontà di porre fine, in attesa di morte certa, alle proprie sofferenze.
Il contributo materiale degli indagati, definito semplice supporto, va quindi visto come atto privo di intrinseca e concreta offensività, essendosi tradotto in un atto di solidarietà materiale verso una scelta già definita. Ipotizzare una pena in tal caso appare fuori dal circuito costituzionale, significherebbe sottoporre a sanzione soggetti estranei a contenuti e contesti lesivi di diritti altrui. La richiesta di archiviazione riguarda Cappato e anche Chiara Lalli e Felicetta Marchese, che si alternarono alla guida del minivan dove viaggiava Scalas verso la clinica Dignitas.
Infine il procuratore si sofferma sull'esistenza di un diritto a morire, spiegando che non è riconosciuto e riconoscibile. Eppure, nei fatti, esiste alle condizioni precisate dalle sentenze di questi anni. Astori si chiede come altro si possano chiamare, fuor di metafora, queste opzioni offerte a un malato gravemente sofferente e condannato a morte certa. In assenza di abusi di terzi, pericoli, suggestioni o condizionamenti, e senza la necessità di protezione dei soggetti vulnerabili, resta aperta la domanda su cosa si tuteli e cosa si vieti.
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