Una donna di 75 anni, Maria Rosa, conosciuta nel quartiere come Rosi, è morta nel salotto della sua casa popolare in via Demonte, a Niguarda, per intossicazione da fumi. L'incendio, divampato domenica 4 ottobre, è stato provocato da un corto circuito legato alla presenza di una delle tre bombole di ossigeno che la donna utilizzava per sostenere i polmoni deboli. A darne notizia è stata la comunità locale, che ora chiede che la sua storia non venga dimenticata.

Secondo quanto ricostruito, Rosi viveva da anni in condizioni di crescente fragilità. Il primo punto di caduta risale a circa dieci anni fa, quando le acque del Seveso invasero le strade di Niguarda: cadde nel diluvio, si ruppe l'anca e non si riprese più. Lavorava alla mensa dell'ospedale vicino a casa, un impiego che le piaceva e che le permetteva di stare a contatto con la gente. Dopo l'incidente non vi fece più ritorno, perché non si sentiva più salda sulle gambe. L'ospedale le offrì una mansione da scrivania, ma lei non sapeva né leggere né scrivere. Nata a Torre Annunziata, non aveva mai perso l'accento delle sue origini.

La sua vita era stata segnata anche dalla solitudine e dalla depressione. Dopo la perdita del lavoro, le colleghe si erano allontanate e alcune amiche l'avevano abbandonata. La pensione sociale arrivò a 67 anni e non era sufficiente. «Mi metto scuorno», diceva quando le veniva lasciata una moneta per le sigarette, raccontano i volontari che la aiutavano. Il secondo punto di caduta fu il Covid: stava male ma non voleva andare in ospedale, e fu portata con un Tso. Negli anni successivi altri Tso si susseguirono. A un certo punto smise di sdraiarsi e passava le giornate a dondolarsi su una sedia di legno, respirando con l'ossigeno.

Negli ultimi due mesi il Comune le inviava a casa, per 70 minuti al mattino, una persona che si occupava della sua igiene personale. Tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, una signora di Milano Ristorazione le portava il pranzo. Per i cittadini di Niguarda non era abbastanza per una donna non più autosufficiente. Nella petizione «Giustizia per Rosi» si denuncia «lo stato di abbandono in cui è stata lasciata dalle istituzioni una donna allettata, ricevendo appena un'ora di assistenza al giorno», l'assenza di un dispositivo salvavita nell'alloggio di edilizia sociale e la mancanza di idranti nel palazzo.

Franca Minuti, che è stata più di un'amica per Rosi, racconta gli ultimi giorni: «È stata per quattro mesi immobile sulla sedia. Io la vedevo peggiorare sempre di più, il decadimento era totale, aveva cambiato volto, non mangiava». Venerdì Gloria, una delle amiche che le dava una mano, ha chiamato la custode sociale che ha provato a convincerla ad andare in ospedale. È arrivata anche la sua dottoressa e ha insistito per il ricovero, ma lei non voleva. Sabato sera Franca l'ha vista per l'ultima volta: «Sono andata a farle l'aerosol, l'ho cambiata da sdraiata, non riusciva ad alzarsi».

Domenica l'epilogo. «Ero a casa con la mia famiglia, aspettavamo mio fratello. Ci mettiamo a tavola. Telefona la mia vicina di casa che vede un fumo bianco uscire da un palazzo. E se fosse la casa di Rosi?». Franca e suo fratello si sono precipitati nell'appartamento, chiamandola per nome «dentro a un buio nero e allucinante». Rosi non ha risposto. I vigili del fuoco hanno riferito che «sono state rinvenute tre bombole di ossigeno sanitario di cui una coinvolta nelle fiamme».

A Niguarda, dove vivono 36mila persone, il senso di comunità è forte per tradizione. «I poveri qui danno da mangiare ai poveri», sintetizza Franca Minuti, che incontriamo mentre aiuta a consegnare i pasti alle persone bisognose. Mostra sul telefono la chat «Friends of Maria Rosa», dove i volontari si coordinavano per passare da lei e darle una mano. «Le nostre case davano sullo stesso cortile. Rosi stava sempre con la sigaretta in bocca e aveva un carattere, eh», racconta. A Franca mancheranno «la sigaretta sulla panchina nel cortile, le confidenze sul passato che mi faceva nel suo modo burbero, le battute sconce in napoletano che facevano arrabbiare tutti ma a me facevano ridere».

La petizione promossa dai cittadini vuole che si conosca la storia di Rosi perché, sostengono, si poteva fare di più non solo per lei ma anche per chi si trova nelle sue stesse condizioni. L'inchiesta sull'incendio è in corso, ma il quartiere chiede risposte sulle responsabilità e sulle misure di sicurezza mancanti.

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Cronaca e giustizia

Giulia Sanna — cronaca e giustizia, Filo Civico.