La Mostra di Venezia ha trovato uno dei suoi momenti più rumorosi nella sera dell’8 settembre. «Bunker», il nuovo thriller psicologico di Florian Zeller con Penélope Cruz e Javier Bardem, è stato accolto al termine della première con un’ovazione durata circa 16 minuti. Durante gli applausi Cruz si è commossa, mentre lei e Bardem hanno salutato il pubblico insieme, trasformando una proiezione di concorso in una delle immagini più forti della giornata veneziana.

La durata dell’applauso va letta per quello che è: un termometro della sala e dell’attenzione attorno al film, non una misura automatica del suo valore critico. Ma in un festival dove la reazione alla prima proiezione diventa parte del racconto pubblico dell’opera, quasi sedici minuti hanno immediatamente collocato «Bunker» tra i titoli più discussi di questa edizione.

Il film è in concorso a Venezia 83 e dura 126 minuti. La Biennale lo presenta come una produzione tra Francia e Spagna, girata in inglese e spagnolo. Accanto a Cruz e Bardem ci sono Stephen Graham, Paul Dano e Patrick Schwarzenegger, un cast che sposta il progetto ben oltre la dimensione della coppia più osservata sul tappeto rosso.

Zeller parte da una situazione che usa la paura contemporanea come detonatore domestico. Un architetto riceve da un miliardario della tecnologia l’incarico di progettare un bunker di sopravvivenza. Il lavoro, pensato per proteggere qualcuno da un futuro estremo, arriva mentre il matrimonio del protagonista attraversa una crisi dopo molti anni. Il rifugio fisico e quello emotivo finiscono così per sovrapporsi: chi può davvero sentirsi al sicuro quando la relazione più importante della propria vita comincia a cedere?

È anche questo elemento a distinguere la première dalla sola cronaca di red carpet. Cruz e Bardem, sposati nella vita reale, portano sullo schermo una coppia dentro una storia di tensione coniugale. La curiosità nasce inevitabilmente dalla loro presenza comune, ma «Bunker» non è costruito come un esercizio autobiografico: la vicenda è fiction e il dispositivo narrativo riguarda il modo in cui ricchezza, ansia e bisogno di controllo possono invadere la sfera privata.

Per il cinema spagnolo la presenza dei due attori alla Mostra ha un peso particolare. RTVE ha seguito la presentazione come uno dei momenti di maggiore visibilità iberica a Venezia, mentre la coproduzione franco-spagnola rafforza il carattere europeo del progetto. Cruz e Bardem restano due interpreti con carriere globali, ma il loro ritorno insieme in un film legato anche alla produzione spagnola rende la tappa veneziana più di una semplice passerella internazionale.

La serata ha inoltre confermato la capacità della Mostra di creare un doppio livello di attenzione. Da una parte c’è il concorso, con il giudizio della giuria ancora completamente aperto; dall’altra c’è il circuito immediato di immagini, applausi e reazioni che decide quali titoli entreranno nella conversazione mondiale già nelle ore successive alla proiezione. «Bunker» ha conquistato con chiarezza questo secondo terreno.

Il prossimo passaggio sarà capire se l’entusiasmo della sala troverà corrispondenza nel percorso critico e, soprattutto, nelle decisioni della giuria. Per ora il film di Zeller esce dalla sua prima veneziana con una certezza: Cruz e Bardem hanno trasformato una storia di isolamento e paura in uno dei momenti più pubblici e partecipati della Mostra.

Autore

Esteri e sport

Davide Orsini — esteri e sport, Filo Civico.