Il tragico omicidio di Luca Varani arriva sul grande schermo con una prospettiva inedita. È stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia «La città dei vivi», la trasposizione cinematografica diretta da Edoardo Gabbriellini e tratta dall'omonimo bestseller di Nicola Lagioia. Al centro del film non c'è più l'abisso dei carnefici Marco Prato e Manuel Foffo, cuore dell'opera letteraria, ma la vita della vittima.

Sulla scelta registica e sulla marginalizzazione narrativa dei due assassini, Gabbriellini ha spiegato: «Dopo la complessità, la profondità dell'affresco che ha fatto Nicola Lagioia nel libro, abbiamo pensato che il modo migliore per portare sullo schermo quella storia fosse cercare un focus più stretto, più intimo, per restituire più dignità alla vittima di quell'efferato omicidio». Il regista ha aggiunto: «Abbiamo relegato Foffo e Prato a due elementi del destino, come nella verità abbiamo cercato di trasmettere quell'inspiegabile, perché Luca ha risposto a quel messaggio ed è finito lì dentro, in quell'appartamento. Come nel libro non ci possiamo esimere dal camminare in prossimità di quell'orrore, il nostro tentativo è stato però quello di raccontare un ragazzo che non tende necessariamente a quella cosa lì, ma vive una stagione della vita dove ci sono anche gli inciampi».

Gabbriellini ha inoltre chiarito il suo rapporto con la sceneggiatura firmata dai Fratelli D'Innocenzo: «Hanno scritto un copione bellissimo, poi come spesso accade nelle lavorazioni dei film d'autore, dove si cerca di ragionare anche su determinate fragilità, io ho applicato il mio sguardo su quello scritto, sguardo che evidentemente non hanno condiviso».

La virata narrativa è stata promossa a pieni voti dallo scrittore Nicola Lagioia, autore del libro da cui il film è tratto. «Quando ho visto il film sono rimasto molto colpito, mosso sentimentalmente per il modo in cui Edoardo ha ribaltato la prospettiva. Io ho raccontato quella vicenda più dalla prospettiva dei due assassini, Marco Prato e Manuel Foffo. Cambiare il punto di vista significa illuminare quella vicenda in maniera diversa. Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro», ha raccontato lo scrittore.

Lagioia ha sottolineato l'importanza di slegare la figura della vittima dal suo tragico epilogo: «Luca Varani è un ragazzo di cui abbiamo saputo qualcosa solamente perché è stato ammazzato in quel modo lì. Il rischio dal punto di vista narrativo era che la sua vita fosse raccontata solo attraverso la sua morte. Qui invece viene raccontato in un altro modo, viene dato risalto alla quotidianità, noi non sappiamo quale sarebbe stata la vita di Varani se non fosse capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato». Lo scrittore ha poi osservato: «I carnefici ci conviene immaginarli come mostri, perché se non hanno due braccia, due gambe, una testa come noi, non potremo mai essere simili a loro. Purtroppo sono umani, per fortuna sono umani, e il cinema e la letteratura si occupano proprio di questo, cioè di farci sentire nella stessa barca».

Sul senso del titolo, Lagioia ha aggiunto: «Sembra un titolo benaugurante, poi a ben pensare se c'è quella dei vivi ce n'è pure una dei morti. Roma è stata raccontata in mille modi diversi, ma secondo me nessuno di noi ha un'interpretazione autentica di una città di quel tipo lì. Non è quello che la città è, ma come la città tocca le tue corde. “La città dei vivi” nel film è quella che si risveglia la mattina all'alba e riprende la sua vita, come se fossimo noi che restiamo dopo un fatto come quello».

A prestare il volto ai giovani protagonisti sono Emanuele Maria Di Stefano, nel ruolo di Luca, e Gaia Merlonghi in quello di Marta. Di Stefano ha dichiarato: «A me in questo momento sta lasciando tanta rabbia dentro. La cosa bellissima di questo film, e che io mi auguro che succeda, è che faccia ragionare le persone che lo vedono sull'importanza e il valore della vita, e che vi faccia arrabbiare nei confronti di chi lotta nella direzione opposta, ovvero che tenda a strappare e a rovinare la vita degli altri». L'esordiente Gaia Merlonghi ha aggiunto: «Quando abbiamo girato non mi sono fermata a riflettere troppo sul personaggio. Avevo 10 anni quando è avvenuto il fatto di cronaca, credo alla base di tutto ci sia un dolore. Un film così dovrebbe servire a far rendere conto di come da un momento all'altro può cambiare tutto».

Il dolore di chi resta è affidato a Valerio Mastandrea, che interpreta il padre di Luca Varani. L'attore ha spiegato le motivazioni dietro la sua scelta artistica: «Non vengo chiamato spesso per film tratti da storie reali, ne sono anche contento perché cerco i personaggi sui copioni. Mi sembra il modo ideale per non speculare sulla realtà, sulle persone vere». Mastandrea ha poi concluso: «Il film è stato come accendere delle luci dentro alcune stanze in cui i media non sono mai entrati, perché spesso questi racconti sono codificati, e ci fa pure comodo vedere le cose così. Il cinema, la letteratura servono invece proprio per entrare dentro queste stanze».

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Esteri e sport

Davide Orsini — esteri e sport, Filo Civico.