Christa Pike, 50 anni, è detenuta nel braccio della morte del penitenziario di massima sicurezza di Riverbend, a Nashville, in Tennessee, dove attende l'esecuzione per l'omicidio di Colleen Slemmer, avvenuto nel gennaio 1995 nel campus dell'Università del Tennessee. La sua storia è al centro di una nuova richiesta di clemenza presentata dai suoi avvocati, che chiedono di commutare la pena capitale in ergastolo senza condizionale. Pike è sopravvissuta a due dosi di veleno letale somministratele nel penitenziario, un fatto che per i sostenitori della sua innocenza morale dimostra come la pena di morte violi l'ottavo emendamento della Costituzione americana, che vieta pene crudeli e inusitate.

La notte del 12 gennaio 1995, Pike, allora diciottenne, e il suo fidanzato Tadaryl Shipp, diciassettenne, picchiarono brutalmente e uccisero Colleen Slemmer, diciannovenne. Secondo l'accusa, Pike avrebbe agito con particolare brutalità, conservando un frammento del cranio della vittima. Shipp, affascinato dall'immaginario satanico, incise un pentagramma sul petto della ragazza. Poiché all'epoca dei fatti era minorenne, la legge del Tennessee non poteva applicargli la pena capitale: oggi sconta l'ergastolo e nell'ottobre 2025 ha affrontato la sua prima udienza per la libertà condizionale, che è stata respinta. Se Pike fosse stata più giovane di dieci mesi, anche lei sarebbe stata legalmente protetta dall'esecuzione. Le ultime immagini pubbliche di Pike risalgono al 30 marzo 1996, quando una giovane donna dai capelli ramati, appena ventenne, piangeva sommessamente mentre un giudice donna leggeva la sua condanna a morte. Da allora ha trascorso quasi trent'anni in isolamento.

La difesa di Pike sostiene che la sua storia sia segnata da abusi sessuali e fisici subiti durante tutta l'infanzia, tra cui molteplici stupri commessi da tre uomini diversi e percosse da parte di parenti e conoscenti. Sandra Babcock, direttrice accademica del Cornell Center on the Death Penalty Worldwide, coinvolta nella difesa legale dal 2019, ha studiato i casi di 48 donne detenute nei bracci della morte degli Stati Uniti. La sua conclusione è che Pike rappresenti un caso a sé: la natura ripetuta e la gravità della violenza sessuale subita, unite alla vicinanza temporale di quelle violenze al crimine commesso quando era appena adulta, rendono il suo caso unico. Secondo il team legale, Pike è affetta da disturbo bipolare e potrebbe essere stata inconsapevole delle proprie azioni.

La ricostruzione della difesa riporta che Pike fu abusata a due anni dal compagno alcolista della nonna paterna, che approfittava del momento in cui mandava la donna a comprargli da bere per violentare la bambina. Gli abusi emersero alla scuola elementare, quando durante una lezione di disegno Pike raffigurò un grande pene e il volto di un demone. L'insegnante la strappò dal banco e la portò nell'ufficio del preside, dove furono convocati i genitori, ma non venne mai condotta alcuna indagine. A 11 anni fu violentata fuori dalla sua abitazione da un vicino di 37 anni, Claude Davis, noto nella zona come pedofilo. Pike raccontò l'aggressione alla madre, ma non fu creduta. I servizi di protezione dell'infanzia intervennero solo dopo che Pike sviluppò un'infezione in seguito alla violenza. Davis fu arrestato e si dichiarò colpevole di essersi preso «libertà immorali, improprie e indecenti» con una bambina. Ricevette una pena sospesa e gli fu permesso di tornare nella sua roulotte, a pochi minuti a piedi dalla casa di Pike.

Nel gennaio 1994, quasi esattamente un anno prima dell'omicidio, Pike, diciassettenne, fu aggredita da uno sconosciuto mentre si recava a piedi verso un negozio. L'uomo la trascinò nel bosco e la violentò al buio. Lei reagì colpendolo alla testa con una pietra e riuscì a fuggire. In ospedale fu effettuato un esame per raccogliere le prove dello stupro, ma l'uomo non fu mai identificato. Tutti gli stupri subiti da Pike — quello nella prima infanzia, quello a 11 anni e quello a 17 — erano noti alle autorità; negli ultimi due casi anche alle forze dell'ordine. Il procuratore generale del Tennessee sostiene che il crimine di Pike sia stato così atroce che persino tenerla rinchiusa fino alla morte per cause naturali sarebbe una pena troppo clemente. La difesa chiede che la pena capitale venga commutata, argomentando che età, genere e abusi subiti debbano essere considerati nel riesame del caso.

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Autore

Cronaca e giustizia

Giulia Sanna — cronaca e giustizia, Filo Civico.