Il futuro politico dell'Europa si deciderà sulle sponde del Mediterraneo, non nei Land dell'est tedesco. Entro la prossima primavera sono previste elezioni nei tre principali Paesi dell'area — Francia, Italia e Spagna — dove la destra cerca conferme o sorpassi che potrebbero segnare il definitivo superamento del cordone sanitario che Bruxelles ha eretto per decenni contro i partiti nazionalisti.

L'Italia è il caso più lineare, perché il voto ruota attorno alla figura della premier Giorgia Meloni. Il Paese è anche il battistrada di quelle nazioni dove la destra è maggioritaria ma rischia di non governare senza alleanze programmatiche con i partiti centristi. Lo schema si ripete in Spagna, dove la sopravvivenza del premier socialista Pedro Sanchez dipende dalla volontà del Partito Popolare e di Vox di trovare un'intesa a livello nazionale.

I patti siglati in varie comunità locali spagnole indicano la strada: non questioni ideologiche, che interessano poco ai cittadini, ma temi pratici come il controllo sistematico dell'immigrazione e il taglio delle tasse. Un accordo nazionale potrebbe fondarsi su queste due basi, con l'obiettivo di scardinare la politica migratoria permissivista e quella fiscale punitiva del governo socialista. L'intesa in Extremadura, ad esempio, impegna a sollecitare l'esecutivo Sanchez ad adottare subito nella legislazione nazionale il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, approvato dal Parlamento europeo a marzo.

I sondaggi spagnoli danno i popolari al 32%, i socialisti al 27% e Vox al 18%. Le altre forze di sinistra, da Sumar a Podemos, insieme ai separatisti catalani e baschi che hanno sostenuto Sanchez in questi anni, faticherebbero a raggiungere il 15% sommato. L'incognita resta però lo stesso premier, che ha già dimostrato due volte in passato di saper ribaltare le previsioni con elezioni anticipate a sorpresa. I problemi seguiti all'invasione di Ceuta avrebbero consigliato prudenza, ma Sanchez ha scelto di tentare il colpo dell'ultimo secondo per cogliere in controtempo avversari ancora privi di un'alleanza definita.

In Francia lo schema è simile, sebbene la situazione di partenza sia diversa. Il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella è nettamente primo nei sondaggi con il 34%, seguito dal Fronte Popolare di sinistra al 23%, da Ensemble del presidente Emmanuel Macron al 15% e dai Repubblicani al 12%. La sfida più complessa per il RN resta il secondo turno: il sistema maggioritario a doppio turno espone storicamente il partito al cosiddetto cordone sanitario, il fronte repubblicano che al ballottaggio vede convergere sinistra, centro e destra moderata sul candidato opposto a Le Pen.

La domanda è se la strategia di normalizzazione portata avanti da Le Pen e Bardella sia stata sufficiente a neutralizzare questo meccanismo. Qualcuno tra i centristi si dichiara più che possibilista, come l'ex presidente dei Repubblicani Eric Ciotti, ora alla guida dell'Udr, ma il leader Bruno Retailleau ha ancora escluso qualsiasi intesa. La chiave sarà l'eventuale sfidante: se fosse un candidato della sinistra radicale come Jean-Luc Mélenchon, Le Pen potrebbe intercettare più facilmente i voti moderati; se fosse un moderato come il sindaco di Le Havre Edouard Philippe, la sfida si complicherebbe.

Al novero delle elezioni mediterranee vanno aggiunte quelle di luglio in Grecia, il cui risultato è del tutto imprevedibile tra il calo di consensi del premier Kyriakos Mitsotakis, travolto da vari scandali, il ritorno di personaggi come Alexis Tsipras e la nascita di nuovi partiti. Per nulla scontato anche l'esito delle legislative previste in Polonia per l'autunno. Una cosa è già assodata: tutte insieme queste tornate elettorali scateneranno il risiko delle alleanze al Parlamento europeo, nella certezza che il muro eretto da decenni contro i gruppi di destra non potrà più reggere.

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Autore

Cronista di politica

Elena Ferraro — cronista di politica, Filo Civico.