Donald Trump ha pubblicato sui social network una mappa che estende i colori della bandiera a stelle e strisce su Canada, Messico, Groenlandia, alcuni Paesi dei Caraibi e persino l'Islanda. L'iniziativa, che il presidente statunitense presenta come rappresentazione di un'America più grande, ha provocato una reazione immediata da parte di Reykjavik: il governo islandese ha convocato l'ambasciatore degli Stati Uniti per chiedere spiegazioni.

La mappa non ha valore giuridico e non modifica alcun confine, ma arriva dopo una serie di atti e dichiarazioni con cui Trump ha rivendicato un ruolo americano su territori e spazi geografici vicini o alleati. Il caso più noto resta il Golfo del Messico, ribattezzato «Golfo d'America» con un ordine esecutivo firmato il 20 gennaio 2025. In quell'occasione le principali aziende tecnologiche si erano adeguate alla decisione della Casa Bianca, aggiornando immediatamente il nome sulle rispettive applicazioni di geolocalizzazione.

Le attenzioni del presidente si sono poi concentrate sulla Groenlandia, che secondo Trump prima o poi entrerà a far parte degli Stati Uniti. L'isola di ghiaccio si trova a poche miglia dal Canada, il Paese che il tycoon ha più volte descritto come possibile cinquantunesimo Stato americano. La pubblicazione della mappa si inserisce quindi in una sequenza di prese di posizione che hanno progressivamente allargato il perimetro delle ambizioni americane dichiarate, dal Nord America ai Caraibi fino all'Atlantico settentrionale.

La convocazione dell'ambasciatore statunitense da parte di Reykjavik rappresenta il primo passaggio formale di una controversia diplomatica. L'Islanda è un alleato storico degli Stati Uniti nell'ambito della Nato e mantiene con Washington rapporti consolidati, ma la diffusione di una mappa che la raffigura come territorio americano ha suscitato malumore nel governo. Non sono state rese note le parole esatte scambiate durante l'incontro, né se siano state annunciate misure ulteriori.

Sul piano interno americano, la vicenda si collega a una serie di iniziative analoghe. Nel corso del secondo mandato Trump ha proposto di rinominare il lago Ontario in «Lake America» nel quadro delle tensioni commerciali con il Canada, e ha avanzato l'idea di cambiare il nome dello Stato del New Mexico in «New America», senza che fosse chiaro se la proposta fosse seria. Ha inoltre fatto aggiungere il proprio nome all'edificio del Kennedy Center, decisione che ha alimentato polemiche.

Le ridenominazioni hanno avuto effetti concreti soprattutto nel settore della cartografia digitale. Dopo l'ordine esecutivo sul Golfo del Messico, Apple e Google avevano aggiornato le proprie mappe per riflettere la nuova denominazione voluta dalla Casa Bianca, suscitando critiche da parte di chi ha visto nella scelta un allineamento acritico alle decisioni presidenziali. La vicenda è stata ripresa anche in ambito televisivo e satirico: i creatori di South Park, Trey Parker e Matt Stone, hanno annunciato sui social il cambio di nome della serie in «South America», dichiarando di essersi ispirati al coraggio di Apple e Google nell'adeguare le mappe.

Per l'Italia e per l'Europa la vicenda ha un rilievo soprattutto politico e diplomatico. Le rivendicazioni americane su territori alleati o partner commerciali incidono sugli equilibri transatlantici e sulle relazioni con Paesi membri della Nato come l'Islanda e il Canada. La convocazione dell'ambasciatore a Reykjavik mostra come anche un gesto comunicativo privo di effetti legali possa trasformarsi in un caso diplomatico, con conseguenze sui rapporti bilaterali e sul clima delle prossime interlocuzioni tra Washington e le capitali europee.

Autore

Cronista di politica

Elena Ferraro — cronista di politica, Filo Civico.