Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha respinto il piano presentato dall'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, affossando le speranze di una tregua nel conflitto tra Washington e Teheran che va avanti da sette mesi. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la risposta americana è stata netta: nessun accordo e, anzi, la minaccia di riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni di metà mandato di novembre.
La proposta iraniana era stata annunciata poche ore prima all'Assemblea delle Nazioni Unite dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Teheran aveva presentato agli Stati Uniti un piano specifico di sette giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale dal quale, prima dello scoppio del conflitto, transitava il 20% del petrolio mondiale. Il piano, però, non conteneva elementi di novità: come sottolineato dallo stesso Araghchi, le misure che Washington avrebbe dovuto adottare erano quelle già stabilite a giugno nel Memorandum d'intesa di Islamabad.
Le condizioni poste da Teheran includono la cessazione delle ostilità, compreso il fronte libanese, lo scongelamento di almeno 12 miliardi di dollari di beni iraniani, l'alleggerimento delle sanzioni sul petrolio e la revoca del blocco navale. Queste ultime tre richieste sono fondamentali per un'economia iraniana sempre più in crisi, con un'inflazione altissima che rappresenta una miccia pronta a esplodere, come accaduto lo scorso gennaio con le proteste represse nel sangue dal regime. «Le misure che gli Stati Uniti devono adottare non sono nuove», ha ribadito Araghchi. Solo dopo queste concessioni, la Repubblica islamica avrebbe riaperto Hormuz entro sette giorni.
L'offerta di Teheran includeva anche la ripresa dei colloqui sul nucleare, tema costante dei negoziati che, secondo funzionari statunitensi citati dalla Reuters, sarebbero ancora in corso. Il no di Trump allontana una tregua che negli ultimi giorni sembrava leggermente più vicina. Araghchi aveva più volte sottolineato che, se il piano fosse stato accettato, l'attuazione sarebbe iniziata immediatamente e lo Stretto sarebbe stato riaperto il sesto giorno. Anche il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, aveva dichiarato a New York che Teheran non voleva che il ripristino dell'intesa si protraesse fino alle elezioni di metà mandato.
La tornata elettorale di novembre si conferma un crocevia importante. Se da un lato Trump ha affermato che i bombardamenti ricominceranno a urne chiuse, dall'altro la scelta di fissare un termine così lontano lascia presagire che nei prossimi mesi i colloqui tra le parti, definiti ancora poche ore fa dai funzionari americani «positivi» e «costruttivi», potrebbero proseguire in maniera incessante. Come scrive il New York Times, sebbene la proposta iraniana contenga molte delle condizioni previste dall'accordo poi fallito, la diplomazia dietro le quinte continua a lavorare, suggerendo che entrambe le parti potrebbero trarre notevoli vantaggi da una via d'uscita dal conflitto.
Sullo sfondo resta il ruolo della Cina, principale importatore di greggio iraniano. Secondo quanto riferito dall'intelligence americana, i servizi segreti cinesi starebbero aiutando Teheran a colpire le basi americane nel Golfo. Trump avrebbe definito queste azioni inaccettabili durante un vertice a porte chiuse con il presidente Xi Jinping, al quale avrebbe chiesto di spingere l'Iran a riaprire lo Stretto di Hormuz. In cambio, secondo indiscrezioni, Pechino potrebbe aver chiesto il blocco della vendita di armi a Taiwan. Nonostante i segnali di distensione e gli accordi commerciali annunciati tra i due Paesi, i nodi restano quindi aperti e la partita diplomatica appare tutt'altro che conclusa.
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