Il Senato si appresta a dare il via libera definitivo alla riforma della legge elettorale. Dopo la conclusione dell'esame degli emendamenti, il voto finale è atteso per martedì 15 settembre, intorno a mezzogiorno. La maggioranza si prepara a votare compatta, ma il clima in Aula resta teso per via della controversa norma sulle firme, che ha innalzato da 1.500 a 6.000 il numero di sottoscrizioni necessarie per collegio a tutti i partiti non presenti in Parlamento.

La disposizione, introdotta con un emendamento di Fratelli d'Italia che elimina la cosiddetta norma «anti-cespugli», è al centro delle critiche delle opposizioni, che la giudicano incostituzionale. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha invocato un intervento del Presidente della Repubblica. Nella giornata di lunedì 14 settembre sono state approvate altre due norme relative alle firme: una transitoria che esonera dalla raccolta i partiti presenti in Parlamento al 31 dicembre 2025 con un proprio gruppo in almeno uno dei due rami, e una sul voto Estero che esonera chi ha attualmente almeno un eletto in Parlamento.

Il nodo delle circoscrizioni Estero ha creato malumori nella stessa maggioranza. La riforma riduce le circoscrizioni da otto a tre: due per la Camera e una sola per il Senato, modifica introdotta durante l'esame a Montecitorio. Il senatore di Fratelli d'Italia Roberto Menia ha presentato tre emendamenti, uno dei quali mirava a ripristinare il numero precedente, ma il governo ha fatto muro. «La specificità del voto Estero dovrebbe rimanere, ma non sono un Pierino e anche se non capisco annuntio vobis cum mestizia», ha dichiarato in Aula annunciando il ritiro degli emendamenti. Le proposte sono state comunque messe al voto perché sottoscritte da Italia Viva e Partito Democratico, ma sono state bocciate. Quello sul numero delle circoscrizioni, trasformate in collegi sulla falsariga della legge per le provinciali, ha incassato 55 astenuti, secondo i dem provenienti dalle fila del centrodestra.

Per il resto l'iter procede senza sorprese: i caregiver familiari vengono ricompresi tra gli elettori che potranno votare fuori sede e vengono ridisegnati i collegi di Bolzano. Il tema delle firme continua però a tenere banco dentro e fuori Palazzo Madama. Mentre scorrevano i voti sugli emendamenti, in piazza sono scesi i militanti di Progetto civico guidato da Alessandro Onorato, che parla di «lodo salva casta» e su cui grava il peso delle sottoscrizioni. A sostegno sono arrivati i leader di Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, ma anche il Partito Democratico, tutti pronti a dare una mano per raccogliere le firme.

Il governo non fa marcia indietro. «Un cambio alla Camera non è previsto, non è nell'aria», ha affermato la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati, spiegando che un ritorno sul testo significherebbe un quarto passaggio al Senato. Governo e maggioranza hanno fretta di chiudere la partita: il voto finale a Montecitorio, con l'incognita sullo scrutinio segreto e sulla non più scontata apposizione della fiducia, è atteso non più tardi di metà ottobre. Il centrodestra si prepara a serrare le fila per evitare incidenti, mentre le opposizioni guardano già all'indomani dell'entrata in vigore della legge. Il capogruppo dem Boccia assicura che un giorno dopo scatteranno i ricorsi «che pioveranno» in diversi tribunali, affinché venga sollevata la questione di incostituzionalità davanti alla Consulta. L'auspicio è che un pronunciamento arrivi prima dello scioglimento delle Camere, quindi del voto, anche per evitare, in caso di bocciatura della riforma, un Parlamento delegittimato.

Autore

Cronaca e giustizia

Giulia Sanna — cronaca e giustizia, Filo Civico.