Il cinema italiano non ha un problema di capacità produttiva. Nel 2025 la Direzione generale Cinema e audiovisivo ha registrato 403 opere di lungometraggio arrivate a classificazione: 272 interamente italiane e 92 coproduzioni, per un totale di 364 opere riconosciute come italiane. È una massa produttiva che colloca il Paese stabilmente tra i grandi laboratori cinematografici europei. Il punto critico è trasformare questa quantità in pubblico, ricavi e continuità industriale.
Il valore complessivo dei costi dichiarati per i lungometraggi è stato di circa 799 milioni di euro, in calo del 4,6% rispetto all’anno precedente. All’interno di questo sistema, il credito d’imposta alla produzione ha pesato per circa 215 milioni di euro, mentre i contributi selettivi sono arrivati a 35 milioni. Sono numeri che mostrano quanto il sostegno pubblico sia diventato parte strutturale della costruzione finanziaria di un film italiano.
L’effetto sull’occupazione è concreto. Nel 2025 sono partiti 235 set cinematografici, contro 215 nel 2024, con circa 18 mila lavoratori coinvolti e oltre 801 mila giornate di lavoro. Roma e Cinecittà restano il simbolo più visibile, ma la produzione si distribuisce ormai tra regioni, film commission e poli tecnici diversi. Per territori e fornitori, un set significa alberghi, trasporti, noleggi, artigianato, postproduzione e professionalità specializzate.
La crescita dei set, però, non coincide automaticamente con la crescita del mercato nazionale. I film italiani hanno incassato circa 180 milioni di euro nelle sale nel 2025, tornando in termini nominali ai livelli del 2019. Ma quel risultato è stato ottenuto con più film e meno spettatori rispetto al periodo pre-pandemico. In pratica, il sistema produce di più per ottenere un volume di ricavi simile. È qui che la questione economica diventa decisiva.
Per molti produttori il vero rischio non è riuscire a completare un film, ma farlo emergere. Le finestre di uscita sono affollate, le campagne promozionali costano e le piattaforme hanno cambiato le abitudini del pubblico. Un titolo può avere un buon pacchetto finanziario, una distribuzione formalmente garantita e comunque non accumulare abbastanza attenzione da recuperare valore in sala. La competizione si è spostata dalla semplice disponibilità di capitale alla capacità di creare domanda.
Le coproduzioni internazionali offrono una risposta parziale. Nel 2025 la Francia è stata il partner più ricorrente tra le coproduzioni italiane. Condividere il progetto permette di sommare fondi, mercati e talenti e spesso aumenta la possibilità di circolazione nei festival e nelle vendite internazionali. Ma una coproduzione funziona davvero per l’industria italiana quando lascia nel Paese competenze, diritti e una quota significativa del valore futuro, non solo giornate di lavorazione.
Anche la composizione dei progetti conta. Una politica che premia soltanto il numero di film rischia di frammentare risorse e pubblico. Al contrario, un ecosistema sano deve sostenere insieme opere d’autore, commedie, animazione, cinema per famiglie e titoli di genere capaci di confrontarsi con il mercato. La diversità non è solo culturale: riduce la dipendenza da pochi tipi di prodotto e amplia le occasioni per pubblici differenti.
C’è poi un tema di capitale produttivo. Un film può essere formalmente italiano e generare molto lavoro nel Paese, ma il valore industriale di lungo periodo dipende da chi controlla i diritti e da quanto una società può reinvestire nello sviluppo successivo. Se ogni progetto riparte da zero, anche un anno con molti set lascia imprese fragili. Se invece produttori e distributori accumulano cataloghi, relazioni internazionali e ricavi ricorrenti, il sostegno pubblico diventa una leva e non l’unico fondamento. È questo passaggio, dalla produzione di singole opere alla costruzione di aziende più capitalizzate, che può rendere il cinema italiano meno sensibile alle oscillazioni annuali degli incentivi e della sala.
Il 2025 dimostra quindi che l’Italia possiede infrastrutture, incentivi e una base professionale capace di mantenere un alto livello di attività. Il prossimo passaggio è rendere quella capacità più produttiva in senso economico e culturale. Meno attenzione al record numerico e più alla vita del film dopo il set: distribuzione, pubblico, esportazione e proprietà dei diritti. È lì che si deciderà quanto della nuova stagione produttiva diventerà industria stabile.
