Giornata intensa alla Mostra del Cinema di Venezia, sferzata dal cattivo tempo, con tre attesi appuntamenti in concorso. In Sala Grande sono arrivati «Il fuoco che ti porti dentro» di Edoardo De Angelis, «Dau» del russo Ilya Khrzhanovsky e «Un bon petit soldat» del francese Stéphane Brizé. Fuori concorso, invece, è il giorno di «Place to Be» di Kornél Mundruczó, con Ellen Burstyn, Taika Waititi e Pamela Anderson.

Il film di De Angelis, tratto dal romanzo omonimo di Antonio Franchini, ha come protagonisti Vanessa Scalera e Lino Musella. Al centro della storia c'è Antonio, che ha lasciato Napoli per costruirsi a Milano una famiglia e una carriera, e la madre Angela, interpretata da Scalera, che torna nella sua vita durante le festività natalizie. «In quest'epoca dell'intelligenza artificiale, la scrittura e gli attori restano le uniche armi speciali che contano davvero», ha spiegato il regista durante la presentazione dell'opera. «Ho cercato di spingere la scrittura e gli attori in territori inesplorati, portando con me delle compagne di viaggio disposte all'avventura, sia nella ricerca sul fotogramma sia in tutto ciò che c'era fuori da esso».

Il cuore dell'opera è il rapporto madre-figlio, uno scontro in cui qualunque spettatore può ritrovarsi, ha sottolineato De Angelis, ben oltre il recinto del solo racconto napoletano. «Ritengo che la dimensione umana, più la si affronta in maniera particolare, specifica, identitaria, più è possibile che riguardi un po' tutti quanti. Ieri ho incontrato una collega coreana che mi ha detto che Angela le aveva ricordato sua nonna in Corea: questo mi ha fatto capire che non si tratta di una faccenda solo napoletana». Sul finale e sul possibile ricomponimento del legame, il regista non dà risposte: «A Natale la gente in famiglia litiga ed è una cosa nota. A volte si rompe definitivamente, altre volte solo fino al prossimo Natale. Come si possa ricomporre il rapporto tra madre e figlio in questo caso, io non lo so. Quello che so è che alla fine il cappone prova, nonostante tutto, a spiccare il volo. Questo per me è il gesto finale di Antonio, che non si mette su un piedistallo pretendendo di perdonare sua madre, né si illude di poter trarre qualche insegnamento di vita da questa vicenda: fa l'unica cosa umanamente possibile, resta lì. Il futuro non lo conosce».

Vanessa Scalera, resa celebre dal personaggio televisivo di Imma Tataranni, ha definito questa prova «la miglior prova della carriera». «Questa è un'occasione che mi sono data, nel senso che ho saputo dire di no; se avessi continuato con il personaggio di Imma probabilmente non avrei mai avuto la possibilità di incontrare Angela e fare questo film. Quando si girano le serie si ha meno tempo. Rispetto alla serialità ho detto: cinque anni bastano, ora ho deciso di buttarmi in altro. Ed è arrivata Angela». L'attrice ha aggiunto con una citazione calcistica: «Quando me l'hanno dato, mi sono sentita come Maradona che gioca in Inghilterra e segna quel gol: ho pensato che avrei voluto farla mia con ogni mezzo possibile. Per un personaggio come Angela si freme di gioia, perché sono occasioni rarissime. Ed è una donna imperfetta: noi esseri umani siamo imperfetti, io stessa contengo delle imperfezioni, probabilmente qualcosa di Angela, quello che poi teniamo tutti a bada».

Straordinario anche Lino Musella nei panni del figlio Antonio: «Tutto è nato da una sceneggiatura molto solida, che mi ha subito divertito e commosso. Edoardo ci ha spinti, e ha spinto se stesso, verso un'altra zona: ascoltandolo sul set ho scoperto il suo grande amore per gli animali, e ho capito che ama quella parte irrazionale, istintiva e innocente. Ho provato a seguire la sua intuizione per cercare la zona irrazionale di questo film».

In Sala Grande è stato il momento di «Dau», progetto di Ilya Khrzhanovsky ambientato nell'Unione Sovietica e ispirato alla figura del fisico Lev Landau. Il film segue quattro decenni di storia sovietica e il rapporto tra scienza, potere, controllo e apparato statale. La presenza del film ha suscitato polemiche in Ucraina, che lo ha accusato di rappresentare propaganda filorussa, accuse respinte dalla Biennale e dallo stesso regista. «La mia posizione rispetto al conflitto tra la Russia e l'Ucraina è sempre stata molto chiara», ha sottolineato Khrzhanovsky, «da prima dello scoppio della guerra, dalla guerra nel Donbass. L'Ucraina è intrappolata in una guerra terribile, sanguinosa che dura da più di quattro anni ma credo che sopravviverà e resterà forte. Purtroppo per ora posso solo augurarle il successo e la vittoria della guerra».

In serata è arrivato anche «Un bon petit soldat» di Stéphane Brizé, con Alba Rohrwacher e Vincent Lindon. La protagonista della pellicola è una dirigente d'azienda chiamata a conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance della società, fino a confrontarsi con un caso di management tossico.

Autore

Cronista di politica

Elena Ferraro — cronista di politica, Filo Civico.