Il Dipartimento del Tesoro americano ha avviato l'«Operazione Economic Outcast», un pacchetto di sanzioni destinate a colpire tutti i paesi che intrattengono relazioni commerciali con l'Iran. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che l'obiettivo è «tagliare ogni filone economico che sostenga questo regime tirannico fino a quando Teheran non sarà completamente isolata», avvertendo che «qualsiasi tipo di relazione economica con questo regime sanguinario esporrà i responsabili alla piena potenza degli Stati Uniti». La mossa include l'«espulsione dal sistema dollaro» per chiunque aiuti a finanziare il regime iraniano.
Le nuove misure stanno già producendo effetti concreti all'interno del paese. L'Iran, nonostante sia un grande produttore di petrolio, sta affrontando una paradossale crisi del carburante, con lunghe code ai distributori di benzina. Il deficit giornaliero è stimato in 14 milioni di litri, una situazione aggravata dai danni subiti dalle infrastrutture energetiche. Nel frattempo, il Pentagono non esclude ulteriori attacchi contro l'Iran, mentre il presidente Trump ha annunciato che la Marina ha rimosso tutte le mine nello Stretto di Hormuz. Washington ha inoltre messo una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici militari dei Pasdaran.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere: il governo iraniano ha minacciato di attaccare i paesi che si conformeranno alle sanzioni del Tesoro. Tuttavia, tra i principali partner politici ed economici dell'Iran figurano Qatar, Turchia, India e Pakistan, tutti formalmente alleati degli Stati Uniti. Bessent ha assicurato che ci saranno negoziati privati con i paesi coinvolti per trovare una soluzione caso per caso. Il portavoce del ministero degli Esteri qatariota, Majid Al-Ansari, ha già dichiarato che «le sanzioni statunitensi contro l'Iran sono unilaterali e sosteniamo gli sforzi di mediazione volti a risolvere la crisi». Il capo dell'Esercito pakistano, feldmaresciallo Asim Muni, si è recato a Teheran per tentare una mediazione.
Il nodo principale resta però la Cina, che acquista circa il 90% del petrolio esportato dall'Iran. Pechino ha subito definito «illegali» le sanzioni americane, avvertendo che tutelerà i propri interessi e che adotterà «tutte le misure necessarie» se Washington intensificherà l'offensiva contro le aziende cinesi legate al petrolio iraniano. In una conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha aggiunto che «la guerra economica e la massima pressione non aiutano a risolvere i problemi» ma «non faranno altro che alimentare ulteriormente i conflitti». Per Pechino, «il compito urgente è quello di facilitare la de-escalation della situazione e tornare al più presto sulla via del dialogo e del negoziato». Lin Jian ha inoltre sottolineato che «la cooperazione tra Cina e Iran si è sempre sviluppata nel quadro del diritto internazionale e non dovrebbe essere ostacolata o interrotta».
Proprio per sciogliere questi nodi, Trump ospiterà Xi Jinping a settembre. L'agenda bilaterale includerà discussioni sulle relazioni commerciali tra Pechino e Teheran, che consentono al regime degli ayatollah di eludere le sanzioni imposte da Washington. Nel marzo 2021, Iran e Cina hanno firmato a Teheran un «accordo di cooperazione strategica venticinquennale» i cui dettagli non sono mai stati resi pubblici. Secondo i media ufficiali iraniani, l'intesa prevederebbe investimenti cinesi per circa 400 miliardi di dollari nei settori energetico e infrastrutturale iraniani, in cambio di una fornitura stabile di petrolio e gas a prezzi competitivi.
Bessent ha risposto seccamente: «Nessuno è al di fuori della portata delle sanzioni statunitensi». Tuttavia, i controlli finanziari del Tesoro vengono elusi da Pechino e Teheran attraverso transazioni in valute alternative o accordi di baratto. Sebbene le grandi raffinerie statali cinesi generalmente rispettino le sanzioni sul greggio iraniano, Pechino consente alle raffinerie del settore privato, note come «teiere», di importare e lavorare petrolio dall'Iran. Gli Stati Uniti hanno già sanzionato diverse di queste raffinerie all'inizio dell'anno, ma il governo cinese ha ordinato alle aziende locali di non conformarsi. Finora, il Tesoro ha colpito raffinerie con scarso peso strutturale, astenendosi dall'intervenire contro istituzioni finanziarie che rispondono direttamente a Xi e alla sua cerchia ristretta. Wang Dong, studioso dell'Università di Pechino, ha dichiarato al Financial Times che «dobbiamo aspettare e vedere se si tratta solo di un bluff o se gli Stati Uniti stanno seriamente prendendo in considerazione l'imposizione di sanzioni secondarie alla Cina». Il vertice tra Trump e Xi dovrebbe servire proprio a chiarire questi punti, o a constatare che non possono essere sciolti.
