Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato attacchi contro sette navi in una sola notte nello Stretto di Hormuz, un'escalation senza precedenti dall'inizio del conflitto. Secondo quanto riferito dalle autorità di Teheran, tre imbarcazioni hanno urtato delle mine e quattro sono state attaccate direttamente dai Pasdaran. Per l'Iran le navi sarebbero legate agli Stati Uniti.
Il numero di incidenti registrati in un solo giorno rappresenta probabilmente il livello più alto mai ammesso dalle Guardie rivoluzionarie. Teheran sostiene di avere il controllo dello Stretto, rotta strategica da cui prima della guerra transitava un quinto delle forniture mondiali di petrolio, e attacca regolarmente le navi che tentano di attraversarlo senza la sua autorizzazione. Le forze armate statunitensi, dal canto loro, stanno scortando un numero crescente di imbarcazioni, e l'Iran ha risposto intensificando gli attacchi.
Il braccio ideologico delle forze armate iraniane ha pubblicato un comunicato sul sito Sepah News in cui avverte Washington: «L'esercito statunitense deve sapere che, se questa tendenza continua, il conflitto si estenderà alle sue basi nella regione». I Pasdaran hanno definito il messaggio «un serio avvertimento». La repubblica islamica minaccia dunque attacchi su più ampia scala contro obiettivi economici e civili, mentre gli Stati Uniti mantengono un blocco navale sui porti iraniani per mettere sotto pressione l'economia del Paese.
Il presidente americano Donald Trump ha commentato gli attacchi con toni duri: «Li abbiamo colpiti duramente, e potremmo farlo ancora un po'». La Casa Bianca sta intensificando la campagna di pressione economica, mentre i negoziati per porre fine al conflitto restano in stallo. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Trump lo ha indicato come il leader più adatto per portare a termine la guerra contro l'Iran, sostenendo che il presidente statunitense vuole «portare a termine il lavoro» con Teheran avendo lui come partner. Netanyahu ha inoltre avvertito che qualsiasi nuovo attacco iraniano sarà contrastato con «una forza e una potenza che non possono nemmeno immaginare».
Lo Stretto di Hormuz, delimitato a nord dall'Iran e a sud dall'Oman, è largo circa 30 chilometri nel punto più stretto ed è una rotta cruciale per le navi che trasportano petrolio e gas dai Paesi del Golfo ricchi di risorse energetiche. La sua chiusura o il suo sostanziale blocco hanno conseguenze dirette sui mercati energetici internazionali e sui prezzi dei carburanti, con ricadute anche per le imprese e i consumatori italiani.
Sul fronte diplomatico, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres partirà nelle prossime ore per l'Egitto, su invito del presidente Abdel Fattah al-Sisi, per una serie di incontri dedicati agli sforzi per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran. Durante la visita, che dovrebbe concludersi con il rientro a New York martedì mattina, Guterres incontrerà al-Sisi, il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il segretario generale della Lega araba Nabil Fahmy. Al centro dei colloqui anche gli sviluppi regionali, con particolare attenzione alla situazione in Sudan e a Gaza. Il viaggio coincide con la Giornata delle Nazioni Unite del 24 ottobre, in occasione della quale Guterres terrà un discorso agli studenti e ai diplomatici dell'Università del Cairo.
L'ambasciatore statunitense all'Onu Mike Waltz ha intanto ammesso che il confronto tra Washington e Teheran sarà «prolungato» a meno che non si trovi un accordo sulle scorte di uranio arricchito a disposizione del regime. In un'intervista al Financial Times, Waltz ha spiegato che tra un anno gli Stati Uniti potrebbero trovarsi ancora in una situazione di stallo senza la chiusura di un'intesa sul programma nucleare e il ritorno alla libera navigazione nello Stretto di Hormuz. «Non voglio avanzare ipotesi. Si spera che, prima di allora, decidano di sedersi al tavolo dei negoziati in modo costruttivo», ha detto, precisando che «il Presidente e la Marina statunitense sono in grado di mantenere il blocco dei porti iraniani per il prossimo futuro».
La guerra, secondo le previsioni iniziali di Trump, sarebbe dovuta durare «dalle quattro alle cinque settimane» e ha ormai superato il nono mese. Il conflitto ha causato un'impennata dei prezzi del carburante e una carenza di fertilizzanti e materie prime. Negli Stati Uniti il tasso di gradimento di Trump è sceso al 31 per cento e i repubblicani rischiano di perdere il controllo del Congresso. L'intesa raggiunta con Mosca per la fornitura di diesel russo ha inoltre innescato una ondata di critiche nelle cancellerie alleate.
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