La Regione Emilia-Romagna ha eliminato dalle norme sull'edilizia residenziale pubblica il requisito della residenza storica, cioè il punteggio premiale che nelle graduatorie per le case popolari avvantaggiava chi viveva da più tempo nel territorio comunale. La modifica è stata portata in commissione dall'assessore alla Casa Giovanni Paglia, esponente di Alleanza Verdi e Sinistra, e recepisce un orientamento della magistratura costituzionale.

Il meccanismo cancellato era stato introdotto nel 2018, durante la presidenza di Stefano Bonaccini, con una legge regionale che consentiva ai Comuni di inserire punteggi aggiuntivi nelle graduatorie Erp. La giunta guidata da Michele De Pascale ha ritenuto di dover intervenire dopo che una sentenza della Corte costituzionale dello scorso gennaio ha stabilito che la residenza pregressa non può prevalere sul principio dello stato di bisogno, che deve restare il criterio fondamentale per l'accesso ai servizi sociali e alle case popolari.

La decisione non è passata senza polemiche. La capogruppo di Fratelli d'Italia in Regione, Marta Evangelisti, denuncia che «l'onere delle graduatorie e le conseguenti tensioni sociali ricadranno interamente sui singoli Comuni». Secondo l'esponente meloniana, il risultato sarà un quadro di regole diverse da una città all'altra e sindaci esposti ai ricorsi. «Questo meccanismo garantiva una forma di equità sociale intergenerazionale, tutelando chi da anni contribuisce attivamente al tessuto economico e fiscale della comunità», ha aggiunto Evangelisti, secondo cui negli alloggi pubblici si registra già «una quota media pari a circa il 24% di assegnatari stranieri, un dato ampiamente sproporzionato rispetto alla reale composizione demografica della popolazione residente».

La nuova delibera interviene anche sul fronte dei requisiti lavorativi. In precedenza l'accesso agli alloggi era subordinato alla presenza di un contratto di lavoro; ora ai cittadini extraeuropei che soggiornano regolarmente in Italia basterà un permesso di soggiorno di almeno due anni. Una equiparazione, questa, che ha suscitato le critiche del sindaco di Ferrara, Alan Fabbri.

Il primo cittadino leghista ricorda di aver ottenuto, quando era consigliere regionale una decina di anni fa, una clausola che richiede almeno tre anni di residenza o attività lavorativa sul territorio regionale per fare richiesta di una casa popolare. «Guai a toccare anche i tre anni di sbarramento, che per il momento non sembrano ancora essere oggetto di questa delibera», avverte Fabbri. «Eliminare questa clausola significherebbe consentire anche a chi è appena arrivato sul nostro territorio di accedere alle graduatorie, con la possibilità di superare cittadini, italiani e stranieri, che da molti anni vivono, investono e lavorano nelle nostre città».

Con la modifica, solo i singoli Comuni potranno decidere se premiare l'anzianità di residenza, assumendosene la responsabilità esclusiva. Il tema della casa è intanto al centro del dibattito politico nazionale, con i giovani del Partito democratico che da giorni manifestano a Roma, accampati con le tende in piazza Bologna, per chiedere misure contro l'emergenza abitativa.

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Esteri e sport

Davide Orsini — esteri e sport, Filo Civico.