Ci sono giornate in cui la propaganda smette di funzionare persino sui suoi stessi inventori, rivelando il vuoto pneumatico sottostante. Il 28 ottobre 2026 ne offre una diapositiva impeccabile. Da una parte c’è Giorgia Meloni che si veste da pasionaria della «bottega sotto casa» all’Assemblea di Confartigianato, chiedendo con tono enfatico ai Maestri d'ascia e ai falegnami di «continuare a tirare su la serranda». Dall’altra c’è la spietata contabilità di un Consiglio dei Ministri che, poche ore dopo, licenzia una manovra economica fatta di stangate striscianti, tagli ai servizi e toppe finanziarie che farebbero impallidire persino il più rigido burocrate bruxellese.

Siamo al compimento del quarto anno di governo della «Destra della Nazione». Il bilancio non si misura con gli orpelli verbali della retorica identitaria, ma con la dura concretezza delle cifre e della vita reale. La «radiografia» di questa maggioranza rivela la diagnosi di un corpo politico sfibrato, diviso al suo interno e incapace di governare la complessità, costretto a rincorrere l’emergenza a colpi di tagli alle pensioni, condoni striscianti ed editti securitari.

Il teatrino di Palazzo Chigi e la retorica del "Fare": la lezione di Confartigianato

Osservare la Presidente del Consiglio dinanzi ai piccoli imprenditori è un esercizio di puro trasformismo comunicativo. «Non sarete soli», ha declamato Meloni dal palco, accarezzando la platea con la solita narrazione della «Costituzione da difendere» e della grandezza patria riposta nella produzione manuale. Peccato che quella stessa platea debba fare i conti quotidiani con i costi energetici in salita, un consumo interno al palo e le mirabolanti promesse elettorali dell'esecutivo – dalle flat tax universali alla cancellazione delle accise – regolarmente riposte nel cassetto dei ricordi sgraditi.

Il copione è collaudato: quando la realtà economica azzanna le famiglie, il governo attiva il megafono patriottico. Si incensano il maestro artigiano e il garzone, ma si dimentica di spiegare dove siano finiti gli investimenti strutturali per l'innovazione o come si pensi di sostenere le piccole imprese travolte da una pressione fiscale che resta tra le più soffocanti d'Europa. L'artigianato diventa così il paravento dietro cui nascondere le debolezze di una gestione economica tutta pane e propaganda.

La manovra dei "giochi e delle tasse": la finanza arlecchino del Governo

Per capire dove stia davvero andando il Paese, basta scorrere il comunicato ufficiale del CdM n. 195. Dietro le slide dorate presentate in conferenza stampa con la consueta claque di vicepremier, emerge una legge di Bilancio Arlecchino. La formula magica per trovare le coperture finanziarie? Ricorrere alle maggiori entrate dal settore dei giochi d'azzardo e dall'energia. Un capolavoro di etica pubblica: lo Stato che batte cassa sulla disperazione della ludopatia per finanziare i propri voucher e le proprie manovre d'emergenza.

Mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti tenta di mantenere il profilo del rigorista da sottoscala, le stime reali dicono altro. Le detrazioni sulla casa si assottigliano, le pensioni subiscono il consueto ricalcolo punitivo per chi vorrebbe lasciare il lavoro dopo una vita di contributi, e la previdenza pubblica si trasforma in un terno al lotto gestito da un fantomatico fondo di riserva. Per non parlare della farsa delle "tasse bloccate": la plastic tax e la sugar tax vengono nuovamente congelate al 2027, rinviando all'infinito qualsiasi transizione verde vera e seria.

Il piatto forte dell'esecutivo resta la redistribuzione di briciole: un voucher temporaneo da 500 euro per il baby-sitting riservato alle sole partite IVA che abbiano figli, erogato per un massimo di tre mesi. Un pannicello caldo di fronte al deserto dei servizi alla prima infanzia e alla crisi demografica drammatica che devasta il Paese.

Tassellatura del potere: la bulimia punitiva e il panico da dissenso

Quando la pancia degli italiani brontola per i rincari e gli stipendi bloccati, la risposta del governo cdx è sempre la stessa: creare un nuovo reato, alzare una pena o militarizzare il dibattito pubblico. Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. È la strategia del diversivo securitario: dalle proteste di piazza alle rivendicazioni dei lavoratori, ogni forma di dissenso organizzato viene etichettata come minaccia all'ordine pubblico.

Le piazze autoconvocate, le manifestazioni studentesche e le serrate dei settori in crisi vengono trattate non come sintomi di un malessere sociale profondo, ma come problemi di ordine pubblico da soffocare a colpi di decreti e interventi delle forze dell'ordine. Un governo che non sa cosa dare ai propri giovani sul piano delle opportunità lavorative e dei salari sceglie di somministrare loro la clava legislativa. Se protesti per il caro affitti o per il futuro del clima, la risposta non è un piano di edilizia residenziale o un'agenda ecologica, ma la minaccia della prigione.

Le crepe nella maggioranza: la commedia degli alleati

A completare la radiografia c'è la convivenza forzata tra i soci di maggioranza. Dietro la facciata dei "patti d'acciaio" sfoggiati davanti alle telecamere, la coalizione appare come un condominio rissoso in cui ognuno piomba sull'altro alla prima occasione utile.

Matteo Salvini, stretto tra sondaggi incerti e il malumore dei territori storici del Nord, continua a mulinare le sue battaglie identitarie e i suoi bluff geopoliticali, nel tentativo disperato di ritagliarsi uno spazio d'azione e strappare visibilità alla premier. Dall'altro lato, Forza Italia – costantemente in cerca d'autore e impegnata a tutelare i propri riferimenti finanziari ed editoriali – gioca la parte del "centro moderato", ponendo il veto su qualsiasi prelievo serio sugli extraprofitti bancari mentre le grandi holding macinano utili record.

Giorgia Meloni si ritrova così incastrata tra due fuochi: da un lato la necessità di mostrarsi affidabile, atlantista ed europeista rigorosa ai tavoli internazionali; dall'altro l'obbligo di sfamare la pancia del proprio elettorato radicale, affamata di identitarismo, sanzioni contro i poveri e condoni per i furbi. Il risultato è una politica estera condotta sul filo dell'ambiguità e una politica interna guidata dal pallottoliere e dalla paura della prima pagina dei giornali.

La realtà oltre la propaganda: un Paese al palo

La narrazione di un'Italia "forte, fiera e rispettata" si infrange quotidianamente sulle tabelle Istat e sui conti delle famiglie. La sanità pubblica crolla sotto il peso di liste d'attesa interminabili e carenze organiche di medici e infermieri, spingendo milioni di cittadini a pagare di tasca propria le cure o a rinunciarvi del tutto. I giovani qualificati continuano ad fuggire all'estero, stanchi di un mercato del lavoro basato sullo sfruttamento e sullo stage perpetuo.

Di fronte a questo scenario, la risposta del governo di centrodestra è la cosmesi verbale. Si inventano definizioni altisonanti per coprire il vuoto delle misure concrete, si distribuiscono risorse a pioggia alle solite corporazioni di riferimento e si accusa l'opposizione, la Magistratura o "i poteri forti" di remare contro ogni volta che le cose vanno male.

L'immagine reale di questo esecutivo non è quella del condottiero virile proiettato verso il futuro, ma quella del venditore di fumo rimasto senza merce. Le promesse mirabolanti della campagna elettorale si sono sciolte al sole della prova di governo, lasciando sul campo un Paese piagato dalle disuguaglianze, con un ceto medio sempre più impoverito e una classe dirigente intenta esclusivamente a salvaguardare la propria poltrona. La favola del sovranismo efficiente è finita. Ora restano solo i debiti, le tasse sui giochi e la solita, stancante retorica.

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Luca Nascimbene

Autore

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"Sono un giornalista appassionato di informazione e approfondimento. Mi occupo di seguire e raccontare le notizie di attualità, con un'attenzione particolare ai contesti e all'impatto delle storie sulla vita quotidiana. Credo nel valore di un giornalismo tempestivo, veritiero e indipendente."