Proseguono i contatti tra gli sherpa del centrodestra sulla legge elettorale, in vista della scadenza di domani alle 12 per la presentazione degli emendamenti sia in commissione Affari costituzionali del Senato sia per l'Aula. L'ipotesi più probabile è che il provvedimento arrivi in Aula il 9 settembre senza il mandato al relatore, una soluzione che farebbe tornare al testo base e riaprirebbe completamente la partita degli emendamenti, concedendo altri giorni di lavoro sul dossier.
Per quanto riguarda la scadenza di domani, è confermata la presentazione di un emendamento condiviso sulle preferenze, sempre con capolista bloccato. Ci sarà inoltre un altro emendamento che dispone l'abolizione della cosiddetta norma anti-cespugli, in base alla quale i voti espressi per le liste collegate all'interno di una coalizione che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3% non concorrono al calcolo della cifra elettorale nazionale di coalizione, con la sola eccezione del «miglior perdente». Ancora da risolvere, invece, il tema dell'alternanza di genere dei capilista.
Il tema che in queste ore scalda maggiormente il dibattito politico è però l'ipotesi di ballottaggio, rilanciata dall'ex presidente del Senato Marcello Pera e salutata con apprezzamento dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa. Sul tema, però, in maggioranza non c'è identità di vedute: in particolare la Lega è da sempre contraria al doppio turno. Secondo fonti di maggioranza, gli emendamenti sul ballottaggio dovrebbero essere due, entrambi presentati solo per l'Aula: uno di Forza Italia e uno dello stesso Pera a titolo personale, ma non in contrasto con il suo partito, che sul tema ha un atteggiamento «laico», tanto che il ballottaggio era presente già nella prima versione del testo. I due emendamenti servirebbero comunque per porre sul tavolo la questione, su cui serve una riflessione approfondita, anche sulle possibili difficoltà di natura tecnica.
Sull'ipotesi di ballottaggio il centrosinistra alza un muro. «Scene da Scherzi a parte» da parte di una maggioranza «senza serietà», accusa Dario Parrini del Pd. Vogliono «una legge elettorale per rimanere imbullonati al potere», attacca il leader M5s Giuseppe Conte, mentre per Filiberto Zaratti di Avs «Meloni vuole vincere a tutti i costi, cambiando di giorno i contenuti della legge al variare dei sondaggi che la danno sempre più perdente».
È però il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci ad attaccare più pesantemente il centrodestra e la presidente del Consiglio. «Una volta nella politica italiana c'era chi si era specializzato nella mossa del cavallo. Ve la ricordate? "Enrico, stai sereno..." Oggi invece la mossa più di moda sembra essere un'altra: la mossa della paura», scrive sui social, e «spunta il ballottaggio anti-Vannacci». Per l'ex generale, «una cosa mi sembra ormai chiara. La legge elettorale non viene pensata per gli italiani. Non viene pensata per garantire una migliore governabilità. Viene pensata per cercare di neutralizzare un avversario che, democraticamente, si sta consolidando nel panorama politico italiano».
«Se siamo così irrilevanti, perché tanta fretta di cambiare le regole? Se non contiamo nulla, perché costruire un argine? Forse perché il problema non è Vannacci. Il problema, per qualcuno, sono gli italiani che hanno deciso di votarlo», prosegue. «E quando la politica comincia a studiare le regole non per governare meglio, ma per difendersi dal consenso degli elettori, significa che la paura è già entrata nei Palazzi. Sondaggi e Vannacci fanno paura alla destra», conclude.
