La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non firmerà il decreto che dovrebbe destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. Lo ha detto lei stessa, raggiunta al telefono dal direttore dell'Adnkronos Davide Desario, spiegando le ragioni di una scelta che ha subito acceso la polemica politica.

«In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati», ha dichiarato la premier. La vicenda nasce da una sentenza del Consiglio di Stato, anticipata dal Sole 24 Ore, che ha reso obbligatorio l'adeguamento delle retribuzioni della magistratura. Un esborso che, secondo Meloni, è insostenibile in questa fase.

La leader di Fratelli d'Italia ha paragonato la cifra ad altre urgenze del Paese. «È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell'autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia», ha sottolineato, indicando nelle fasce deboli e nelle emergenze economiche la priorità del governo.

Nonostante il rifiuto, Meloni non chiude la porta ai magistrati. «Se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento», ha aggiunto. Un'apertura che però non modifica la decisione di non firmare il provvedimento.

Sul possibile intervento del Consiglio di Stato, la premier ha lasciato la palla all'istituzione. «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario», ha detto, aggiungendo: «Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità». Una frase che scarica sull'organo di giustizia amministrativa le conseguenze di un eventuale stallo, mentre il governo rivendica la propria linea.

La vicenda ha immediate ricadute politiche. L'Associazione nazionale magistrati ha annunciato che farà valere i propri diritti e valuterà il ricorso, aprendo un nuovo fronte di scontro tra esecutivo e toghe. Il braccio di ferro ruota attorno all'attuazione di una sentenza che il governo considera onerosa e che la magistratura ritiene invece dovuta.

La decisione di Meloni arriva in un momento in cui l'esecutivo è impegnato su più tavoli economici, dalla crisi dell'autotrasporto alla tutela delle fasce più deboli. La premier ha voluto marcare la distanza tra le risorse disponibili e le richieste della magistratura, trasformando il rifiuto in una scelta di priorità politiche. Resta da capire quali saranno i prossimi passi: il dialogo con le associazioni o lo scontro istituzionale con il Consiglio di Stato.

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Esteri e sport

Davide Orsini — esteri e sport, Filo Civico.