La Corte d'Appello di Milano ha confermato la fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto, respingendo le richieste di sospensiva presentate da Ilva e Acciaierie d'Italia contro il decreto del 27 luglio. Lo stop agli impianti produttivi scatterà entro fine ottobre, al termine dei 90 giorni previsti. La decisione, contenuta in un'ordinanza emessa questa mattina, apre scenari immediati sul fronte occupazionale e industriale.

Il governo ha già convocato per martedì i sindacati a Palazzo Chigi, dopo il vertice dell'8 settembre. Il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, aveva anticipato la riconvocazione del tavolo. Oggi la premier Giorgia Meloni, a margine di una visita a Vercelli, ha spiegato: «C'era un tavolo già aperto che verrà riconvocato, presumo immediatamente, per andare avanti a capire. È uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore. Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi. Però sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio».

I primi contraccolpi sono già arrivati. Aigi, l'associazione delle imprese che lavorano con la fabbrica, ha comunicato formalmente ai sindacati la ripresa dei licenziamenti collettivi. L'iter era stato sospeso l'8 settembre durante l'audizione a Palazzo Chigi «per senso di responsabilità da parte delle imprese e in attesa del giudizio sulla richiesta di sospensiva». Il 4 settembre Aigi aveva annunciato 2.500 licenziamenti collettivi per conto di 28 imprese associate. Un'altra possibile conseguenza è l'aumento sensibile della cassa integrazione straordinaria, sia a Taranto sia nel resto del gruppo. Nel capoluogo pugliese sono già in cassa circa 3.000 unità dirette su poco meno di 8.000 in organico.

Nelle motivazioni, i giudici hanno spiegato che «il bilanciamento tra i contrapposti interessi non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute per le quali è stata disposta la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo». Richiamando le «ripetute recenti pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione», specie dopo la modifica dell'articolo 41, comma 2, della Costituzione, secondo cui l'iniziativa economica privata non può svolgersi «in modo da recare danno alla salute o all'ambiente», la Corte ha stabilito che «nel conflitto fra il diritto all'esercizio dell'attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest'ultimo».

Secondo i magistrati, la tesi di Ilva e Acciaierie d'Italia a favore della sospensiva si basava sulla «riproposizione della tesi della bontà delle misure già in essere», come l'esecuzione delle prescrizioni dell'Aia 2025 e il rispetto dei limiti di legge sulle emissioni. Tali argomentazioni «sono già state ritenute (quanto meno in parte) infondate o irrilevanti». La Corte ha aggiunto che, anche di fronte al «grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti», resta l'esigenza di tutelare «il diritto alla vita ed alla salute». L'assunto dell'irreparabilità degli impianti è stato contestato dai cittadini residenti, che hanno dedotto come gli Afo in funzione abbiano 60 anni e vengano «rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio», e come dall'ultimo rapporto Ispra risulti che gli Afo 1, 2 e 4 siano stati più volte fermati e riavviati. Per la Corte, la sola affermazione dei cittadini di risiedere nei quartieri di Taranto e nei comuni limitrofi basta a riconoscere la loro legittimazione processuale.

Le reazioni non si sono fatte attendere. I sindacati nazionali Fim, Fiom e Uilm chiedono che siano salvaguardati «i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti». Per Valter Quercioli, presidente di Federmanager, «la priorità è adesso tutelare i lavoratori e salvaguardare le competenze». Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, rileva che «nulla è ancora perduto. Esiste ancora uno spazio concreto perché il Governo possa intervenire e questa possibilità va colta senza ulteriori esitazioni». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, sostiene che non c'è «più spazio ad attese. Taranto non può più aspettare. Serve un piano di emergenza vero». Per il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, «il futuro della città va tutelato con misure che preservino economia e sviluppo. I lavoratori vanno tutelati con misure di compensazione affinché non si perda un solo posto». Confindustria Taranto, con il presidente Salvatore Toma, sollecita «l'adozione di un decreto urgente che governi la transizione».

Autore

Cronista di politica

Elena Ferraro — cronista di politica, Filo Civico.